Main Fernando de Rojas

Fernando de Rojas

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L'autore a un suo amico





	Coloro che si trovano a vivere lontani dalla loro terra sogliono considerare di che il paese da cui sono partiti abbia maggior penuria o soffra la mancanza, per farne dono ai conterranei dai quali a suo tempo ottennero segnalati benefici.



	Per questa ragione, vedendo che un giusto obbligo mi induceva a fare altrettanto per ripagarvi delle molte grazie ricevute dalla vostra franca liberalità, sovente, ritirato nella mia camera e col viso appoggiato alla mano, lasciando correre a briglia sciolta i miei pensieri, rammentavo non solo la necessità che la nostra patria comune ha della presente opera per il gran numero di giovani galanti e innamorati che vivono in essa, ma anche e in particolare il caso vostro, la cui gioventù ricordo d'aver visto preda d'amore e da esso crudamente ferita mancando di difese per resistere ai suoi fuochi. Armi che ho trovato scolpite in queste carte: non forgiate nelle grandi fonderie di Milano, ma concepite dai preclari ingegni di dotti uomini di Castiglia. E come ne ammirai la perfezione, l'artificio sottile, il forte e puro metallo, il modo e la maniera dell'arte, l'eleganza dello stile, mai visto né udito prima nella nostra lingua castigliana, lessi il libro tre o quattro volte. E più lo leggevo tanta più necessità avevo di ritornarvi. E mi piaceva sempre di più, e nelle sue pagine coglievo sempre nuove sentenze.



	M'avvidi così che non solo la sua storia o finzione principale presa nel suo insieme dava diletto. Ma che da alcune sue particolarità trasparivano spunti di filosofia assai profittevoli; da altre, gradevoli arguzie; da altre ancora, avvertimenti e consigli contro adulatori, servi malfidi e false fattucchiere. Vidi che non vi era firma d'autore: ‹il quale secondo alcuni fu Juan de Mena, secondo altri Rodrigo Cota›. Ma chiunque egli sia, par degno di imperitura memoria, per la sottile immaginazione e per la gran copia di elaborate sentenze che egli offre sotto lo schermo dei motti piacevoli. Gran filosofo era! E poiché per timore dei d; etrattori e delle malelingue, più pronte a criticare che a fare, ‹volle celare e tener occulto› il suo nome, non me ne vogliate se non rivelerò il mio che reputo di tanto più vile. A maggior ragione essendo io uomo di legge, questa, benché opera degna, molto si discosta dalle mie cure. Se lo si venisse a sapere si direbbe che non ho composto il libro presente per dar tregua alle fatiche dei miei studi, dei quali in verità vado assai fiero; ma piuttosto per distrarmene con nuova occupazione, accantonando codici e pandette. Il che, ancorché falso, sarebbe comunque giusto scotto per la mia audacia. Allo stesso modo si potrebbe pensare che per terminarlo abbia impiegato non già i quindici giorni d'una vacanza che mi presi mentre i miei soci se ne stavano al loro paese, ma molto più tempo. Tempo che avrei fatto meglio a impiegare altrimenti.



	Per scusarmi di tutto ciò, offro non solo a voi ma a tutti coloro che lo leggeranno i seguenti versi. E perché si sappia dove hanno inizio i miei ragionamenti sconnessi, ‹ho creduto bene che quello che appartiene all'antico autore fosse contenuto senza alcuna divisione in un solo atto o scena fino al secondo, là dove dice: "Fratelli miei... ecc.".› Vale





L'autore chiede comprensione per i difetti dell'opera sua argomenta contro se stesso e compara





Il silenzio fa scudo e suole coprire la mancanza d'ingegno e la lingua ‹impacciata›. Moltiplicar le parole, di contro, rivela il difetto di ‹chi› molto dice senza riflettere. Come la formica che smette di andare indugiando per terra con la sua provvista, si vantò delle ali della sua perdizione; che la librarono in volo, né sa dove andare.



Prosegue



Ebbra dell'aria sconosciuta e malfida è fatta preda degli uccelli che volano. Più forti di lei, qual esca la portano. Nelle ali novelle consisteva il suo male. Ragione vuole che alla mia applichi quest'inganno, non ‹spregiando› coloro che ‹mi› rimprovereranno; i quali le mie ali fiacche e nebbiose e appena spuntate distruggeranno.



Prosegue



Che se quella pensava di godere del volo, e se io m'illudevo d'illustrarmi ‹scrivendo›, dall'uno e dall'altre ne avenno disdoro: lei fu mangiata; io fui bersaglio di rimbrotti e rampogne e accuse. Non tacer fu il mio fallo. E ora ‹affronto, remando›, un mare d'invidie, di danni e calunnie. E i porti sicuri mi lascio alle spalle quanto più nel mare m'inoltro.



Prosegue



E se ‹volete sapere› l'onesto mio scopo e a quale io miri tra questi due estremi, e se volete sapere chi è che l'assiste e dirige i suoi remi se ‹Apollo o Diana o il fiero Cupido› cercate nella fine di quei di cui scrivo, e quindi agli esordi, l'argomento scorrete. Amanti, se vi par dolce la storia, leggete e vedrete che v'è indicata la strada per uscire da tale servitù.



Comparazione



Come l'infermo che sdegna e rifiuta ‹la› pillola amara e non può trangugiarla se non commista a un dolce confetto. Che migliora il suo gusto e dà guarigione: alla stessa maniera, la mia penna è indecisa. Se imporre detti lascivi, e festivi, adescando gli orecchi di coloro che soffrono che di buon grado intendano la dolce lezione e si emendino.



Torna al suo proposito



‹Di dubbi e› da voglie ‹mi trovo accerchiato›, composi la fine che scioglie il principio. Decisi d'indorare con foglia d'oro sottile, la più fine ‹coppella› che videro ‹i miei› occhi, e su un tappeto di rose seminai mille cardi. Supplico i saggi che emendino il mio errore; e supplico la gente dappoco che ne colga il messaggio e dinanzi a un'opera sì alta vedano, tacciano e non ne offuschino il pregio.



Prosegue, precisando i motivi che l'hanno spinto a terminare l'opera



A Salamanca dimorando, trovai questo scritto, mi decisi a finirlo per le ragioni seguenti: dapprima, va detto che ero in vacanza. Fu la seconda ragione che l'opera ‹si deve a persona prudente,› e l'ultima infine, veder tanta gente invischiata nei vizi d'amore. La storia di questi amanti l'inviteran a temere delle ruffiane gli inganni e dei ‹malfidi› serventi.



Fu così che quest'opera, ‹di svolgimento› sì breve, eppur sì sottile, è ricca di più di duemila sentenze: piacevole opera ammantata di grazie. No, ‹sono certo› che Dedalo mai avrebbe potuto fare bassorilievo più delicato che ‹Cota o Mena›, se avessero dato fine a quest'opera singolare ‹con il loro grande sapere.›



Mai [io] ‹vidi in lingua latina›, dacché mi ricordo, né persona la vide, opera di sì alto stile, e ricercato ‹nella lingua toscana, greca e› castigliana. Che non ‹v'è› in essa sentenza dalla qual non promani gloria al suo autore e eterna memoria, il qual Gesucristo riceva nella sua gloria, per la sua santa passione che tutti risana.



Rivolge un monito agli amanti affinché servano Dio e tralascino i rii pensieri e i vizi di amore



E voi, amanti, seguite dunque l'esempio, e questa armatura vestite contro i rischi d'amore. Afferrate le redini, ché non v'accada di perdervi; lodate sempre Dio visitando il suo tempio; e poi meditate, non seguite l'esempio di tanti morti e vivi, tutti colpevoli. Abitate questo mondo e al contempo giacete sepolti. Grande dolore sento quando questo contemplo.



Fine



‹Dame, matrone, garzoni, sposati, tenete a memoria la vita che costoro menarono; tenete in conto la fine che ebbero. Ad altro e non all'amore rivolgete i vostri pensieri. I peccatori acciecati, si nettino gli occhi, spargano fior di virtù castamente vivendo; e rifuggite dal troppo tramestìo mondano, che Cupido non vi scagli il suo dardo dorato.›



PROLOGO





	‹Dice Eraclito, gran saggio, come tutte le cose siano state create a guisa di contesa o battaglia, in questa maniera: "Omnia secundum litem fiunt". Sentenza, a mio avviso, degna di perpetua memoria. E se, come si dice, ogni parola dell'uomo sapiente è ricca di significato, di codesta si potrà aggiungere che ne è così gonfia e piena, che pare voglia scoppiare, facendo germogliare dal suo tronco rami e foglie tali, che dal minimo suo rampollo s'otterrebbe abbondante alimento per genti discrete.

	Ma, dato che per il mio poco sapere non posso far altro che rodere la secca corteccia dei detti di coloro che, per altezza d'ingegno, meritarono d'esser tanto lodati, col poco che ne saprò trarre soddisferò il proposito che mi ha dettato questo brevissimo prologo.

	Trovai tale sentenza corroborata dal grande oratore e poeta laureato Francesco Petrarca, il quale dice: "Sine lite atque offensione nihil genuit natura parens", ossia: "Senza lite né offesa, nulla generò natura, madre di ogni cosa". E più avanti, ancora: "Sic est enim, et sic propemodum universa testantur: rapido stellae obviant firmamento; contraria invicem elementa confligunt; terrae tremunt; maria fluctuant; aer quatitur; crepant flammae; bellum inmortale venti gerunt; tempora temporibus concertant; secum singula, nobiscum omnia". Il che vuol dire: "E così è, invero. E tutte le cose ne dànno testimonianza: le stelle s'incontrano nel tempestoso firmamento del cielo; gli avversi elementi entrano in lotta gli uni con gli altri; tremano le terre; ribollono i mari; si sollevano i venti; crepitano le fiamme; le masse d'aria si fanno perpetua guerra. Le stagioni contendono e litigano con le stagioni, le une contro le altre, e tutte insieme coalizzate contro di noi". L'estate ci affligge col troppo calore; l'inverno col suo freddo pungente: e così, tutto ciò che a noi sembra il corso regolare delle stagioni, tutto ciò che ci sostenta, ci nutre, ci mantiene in vita non è altro che guerra, se solo eccede i limiti consueti.

	Quanto questo sia da temere lo si vede dai grandi terremoti, dai turbini, dai naufragi, dagli incendi, dalla forza delle tempeste, dallo schianto dei tuoni, dal pauroso fragore della folgore, dall'andare e venir delle nubi. La causa segreta dei cui visibili movimenti ha provocato più dispute fra i filosofi nelle loro scuole che quelle tra le onde nel mare. Ma anche fra gli animali, nessuna specie è dispensata dalle guerre: pesci, fiere, uccelli, serpenti, tutti si inseguono, l'un genere contro l'altro. Il leone bracca il lupo, il lupo la capra, il cane la lepre, e se non sembrasse una fiaba di quelle da narrarsi dinanzi al fuoco, mai giungerei alla fine di questo conto. L'elefante, animale così forte e possente, impaurisce e fugge alla vista di un sudicio topolino e al solo udirlo ne ha grande timore. Tra i serpenti, la natura creò il basilisco, a tal punto velenoso e dominatore, che col solo suo sibilo spaventa tutti gli altri, e come appare li mette in fuga e li disperde; e con lo sguardo li uccide.

	La vipera è rettile o serpente irascibilissimo fra tutti. Al momento di concepire, il maschio mette la testa nella bocca della femmina, e questa, presa da gran piacere, gliela stringe fino a soffocarlo. Rimasta pregna, il primo figlio ne lacera i fianchi; da lì escono tutti gli altri, sicché la madre ne muore, ed egli appare quasi giustiziere del sacrificio paterno. Che maggior contesa, che maggior violenza o guerra che quella di generare nel proprio corpo chi ne divorerà le viscere?

	Ebbene, a quanto crediamo, non minori discordie naturali vi sono tra i pesci. Ed è un fatto che il mare dà ricetto a tante specie di pesci quante la terra e l'aria ne alimentano di animali e di uccelli, e forse anche di più. Aristotele e Plinio narrano meraviglie d'un piccolo pesce chiamato "Echeneis" e della sua naturale disposizione per vari generi di combattimento. In particolare, se esso s'attacca a una nave o caracca, la tien ferma, in guisa tale che più non si muove, per quanto sia tale da fendere veloce le acque. Di ciò fa menzione Lucano dove afferma: "Non puppim retinens, Euro tendente rudentes, in mediis Echeneis aquis", ossia: "Né vi manca un pesce detto Echeneis, che ferma le fuste quando il vento Euro ne tende il cordame in mezzo al mare". Oh naturale contesa, degna d'ammirazione: che abbia più vigore un piccolo pesce che un gran naviglio, con tutta la furia dei venti nelle vele!

	Se poi pensiamo agli uccelli e alle loro piccole ostilità, affermeremo a ragione che tutte le cose furono create a guisa di lotta. I più vivono di rapina, come i falconi, le aquile e gli sparvieri. E persino i rozzi nibbi muovono guerra ai pulcini sull'aia fin dentro le nostre case, e li vengono a insidiare sotto le ali materne. D'un uccello chiamato "Roc", che nasce nell'indico mare d'Oriente, si dice sia di grandezza inaudita, e tanto da poter sollevare sul suo becco, fin sopra le nubi, non solo un uomo o dieci, ma un'intera nave con tutta la sua mercanzia e la ciurma. E come i poveri naviganti si trovano così sospesi nell'aria, per gli scotimenti del suo volo, cadono e vanno incontro a una morte crudele.

	E che diremo infine di ciò che accade tra l'umana gente, cui tutto quel che s'è detto è sottoposto?

	Chi darà conto delle guerre, delle inimicizie, delle invidie, delle collere, delle inquietudini, degli scontenti? Il mutar costume, l'abbattere e ricostruir edifici, e tanti altri impulsi e mutevolezze che discendono da questa nostra fragile natura?

	Ma poiché questa è disputa antica e che risuona da così lunga data, non stupisce che l'opera presente sia stata motivo di lite e contesa per i suoi lettori, mettendoli in contrasto l'uno con l'altro, a causa del difforme giudizio che ciascuno ne ha dato. A detta d'alcuni era prolissa. A detta di altri, breve. Per certuni, gradevole; per altri ancora, oscura. Di modo che, solo Dio potrebbe tagliarla a misura di tante e così diverse opinioni. A maggior ragione quindi, codesta come ogni altra cosa al mondo, è soggetta all'insegna della nobile sentenza che segue: "La vita stessa degli uomini, se ben guardiamo, è battaglia, dalla prima fino alla più tarda età". I bambini mimano lotte con i loro giochi, i ragazzi con i libri, i giovani con i piaceri, i vecchi con mille specie di infermità; e queste carte, infine, con tutte le età.

	La prima età le cancella e le straccia, la seconda non le sa leggere bene, la terza, che è l'allegra giovinezza disposta all'amore, discorda da esse. Gli uni rivedono le pulci al libro, dicendo che difetta di pregi e che la storia è condotta tutta d'un fiato: talché senza gustarne i dettagli ne fanno un racconto da leggere in viaggio. Altri ne piluccano le arguzie, i proverbi comuni, troppo impegnati a lodarli per cogliere ciò che più utilmente farebbe al caso loro.

	Ma coloro per i quali tutto ciò è autentico piacere, disdegnano la storia narrata, ne traggono quanto più si confà al loro vantaggio, ridono di quel che è piacevole e serbano nella memoria le sentenze e i detti dei filosofi per usarli poi ove conviene ai loro atti e propositi. Sicché, quando dieci persone che abbiano, come suole accadere, opinioni a tal punto discordi, si riunissero per ascoltare questa commedia, chi potrebbe dire che non vi sian divergenze rispetto a una cosa che può essere intesa in tante diverse maniere?

	Anche gli stampatori hanno voluto lasciarvi il loro segno, ponendo rubriche o argomenti al principio d'ogni atto, i quali argomenti raccontano in breve ciò che si contiene dentro ciascuno: cosa del tutto inutile, stando all'esempio degli antichi scrittori. Altri ancora non si sono trovati d'accordo sul titolo, dicendo che non "Commedia" si doveva chiamare, dal momento che finiva in tristezza, ma "Tragedia". Il primo autore risolse di denominarla secondo il suo principio, che è lieto: e la chiamò "Commedia". Io, vedendo siffatte discordie fra i due estremi, troncai a mezzo la contesa, chiamandola "Tragicommedia".

	Così, di fronte a questi diverbi, a detti giudizi diversi e dissonanti, badai a dove inclina il maggior numero dei lettori e scoprii che i più volevano si prolungasse la narrazione delle ore felici dei due amanti: cosa che mi maldispose non poco. Per cui, decisi, sebbene contro la mia volontà, di metter mano per la seconda volta ad un lavoro così singolare e così lontano dalle mie occupazioni consuete, rubando qualche istante al mio impegno principale e dedicandovi altre ore destinate al mio lavoro e impiegandone altre al riposo. E ciò nonostante non mancheranno di certo detrattori a queste ultime aggiunte.›



LA COMMEDIA ‹O TRAGICOMMEDIA› DI CALISTO E MELIBEA





scritta ad ammonimento dei folli innamorati che, vinti dal loro smodato appetito, invocano come dee le proprie amanti e tali le reputano.

	Egualmente compost‹a› a monito contro gli inganni delle mezzane e dei servitori perfidi e lusingatori.





Argomento



Fu Calisto giovane di illustre lignaggio, di spirito vivace, d'aspetto gentile, di educazione squisita e dotato di molto garbo, di non mediocre condizione. Fu preso d'amore per Melibea, fanciulla di animo gentile, di eccellente e serenissima discendenza, elevata per nascita a prospero stato, unica erede di suo padre Pleberio, amatissima dalla madre Alisa. La casta ritrosia di lei fu vinta dalle suppliche dell'innamorato Calisto complici gli artifici di Celestina, donna malvagia e scaltra, in combutta con due dei servi dell'ammaliato Calisto, da lei raggirati e resi sleali per esser stata la loro fedeltà presa all'amo della cupidigia e del piacere. I due amanti e coloro che gli ressero bordone vennero a un epilogo triste e calamitoso. Per dar cominciamento a questa triste storia la ria sorte dispose un luogo opportuno ove la desiderata Melibea si presentò agli occhi di Calisto.



PERSONAGGI





Appaiono in questa tragicommedia i seguenti personaggi:



CALISTO, giovane innamorato

MELIBEA, figlia di Pleberio

PLEBERIO, padre di Melibea

ALISA, madre di Melibea

CELESTINA, mezzana

PÁRMENO, servo di Calisto

SEMPRONIO, servo di Calisto

TRISTÁN, servo di Calisto

CRITONE, puttaniere

LUCREZIA, serva di Pleberio

ELICIA, sgualdrina

AREÚSA, sgualdrina

CENTURIONE, ruffiano



ATTO I





Argomento



‹Entrato Calisto in un giardino all'inseguimento d'un suo falcone, vi trova Melibea e, acceso d'amore per lei, inizia a parlarle. Fieramente respinto, torna alla sua dimora assai corrucciato. Là, conversa con un suo famiglio di nome Sempronio il quale, dopo un lungo ragionare, lo indirizza alla casa di una vecchia chiamata Celestina, nella cui abitazione lo stesso servitore aveva collocato una sua amica di nome Elicia. Costei, nel mentre Sempronio è per via, latore dell'ambasciata del suo signore, si sollazzava con un tale chiamato Critone, che lei e la vecchia nascondono. Calisto, mentre Sempronio sta trattando con Celestina, conversa con un altro dei suoi servi di nome Pármeno; discussione che dura finché Sempronio giunge, insieme con Celestina, a casa di Calisto. Pármeno vien riconosciuto da Celestina, che partitamente gli racconta delle vicende della madre di lui e della molta dimestichezza passata, inducendolo all'amore e concordia nei riguardi di Sempronio.›



Personaggi: Pármeno, Calisto, Melibea, Sempronio, Celestina, Elicia, Critone.



CALISTO

In questo vedo, Melibea, la grandezza di Dio.



MELIBEA

In che, Calisto?



CALISTO

Nell'aver dato potere alla natura di dotarti d'una bellezza tanto perfetta, e nel consentire a me, indegno, la grazia ineguagliabile di giungere a vederti, e in luogo tanto propizio per poterti manifestare la mia pena segreta. Senza dubbio, tale ricompensa è infinitamente più grande delle penitenze, delle offerte, delle orazioni, delle opere di pietà che consacrai a Dio perché mi concedesse di raggiungere questo luogo [il solo che possa soddisfare il mio desiderio]. Vi fu mai uomo mortale che in vita abbia conosciuto una letizia pari alla mia in quest'ora felice? I santi del Paradiso, rapiti nella visione beatifica di Dio, non provano gaudio maggiore di me che ora ti contemplo. Ma, me sventurato, proprio in ciò noi differiamo: che essi si beano in piena letizia, senza tema d'esser privati della sublime visione, mentre in me la letizia è temperata dal presentimento del supplizio terribile della tua assenza.



MELIBEA

E ti par questo grande conforto, Calisto?



CALISTO

Così grande, in verità, che se Dio mi desse nel firmamento lo scanno più alto fra i suoi Santi, lo terrei da meno di questa felicità.



MELIBEA

E più alta ricompensa ti darò io, se continui.



CALISTO

Oh, orecchie mie beate che, indegne, avete udito tante sublimi parole.



MELIBEA

Infelici ti parranno piuttosto, dopo che avrai finito di ascoltarmi. Ché riceverai mercede, quale merita la tua follia temeraria. L'insidia che si cela sotto le tue parole [Calisto] è degna d'un uomo della tua risma: hai osato esibire la tua audacia per perderti insieme con la virtù d'una donna mia pari. Vattene. Via di qui, infame! Troppo hai sfidato la mia pazienza concependo, nel tuo animo, l'idea di spartire con me il piacere d'un amore illecito.



CALISTO

Me ne vado, signora. Come colui sul quale l'avversa fortuna infierisce con odio crudele.



* * *



CALISTO

Sempronio, Sempronio, Sempronio! Dove s'è cacciato quel maledetto?



SEMPRONIO

Son qui, signore: a governare questi cavalli.



CALISTO

Com'è allora che esci dalla stanza?



SEMPRONIO

Era caduto giù il girfalco e son venuto a rimetterlo sul trespolo.



CALISTO

Che il diavolo ti porti! Tu possa schiattare d'un colpo, possa tu consumarti nel più grande e interminabile dei tormenti e tale che di mol‹to› ecceda l'acerba e infausta morte che m'attende. Sù, spicciati, infame, apri la stanza e preparami il letto!



SEMPRONIO

Sarà fatto in men che non si dica, signore.



CALISTO

Chiudi la finestra e lascia che il buio e la cecità siano compagni alla mia tristezza. Non son degni del giorno i miei funesti pensieri. Beata quella morte che giunge sospirata agli afflitti. Oh medici ‹Crato e Galeno›, se mai poteste accorrere qui sapreste ben diagnosticare il mio male! Oh pietà ‹celeste›, spira nel pleberico petto; fa' che la mia anima smarrita, priva ormai d'ogni speranza di salvezza, non debba divider la sorte dello sciagurato Piramo e dell'infelicissima Tisbe.



SEMPRONIO

Che?!



CALISTO

Vattene, fuori di qui! E taci, se non vuoi che con le mie stesse mani ti tolga la vita anzitempo, e di una morte violenta.



SEMPRONIO

E sia. Me ne andrò, se proprio vuoi restartene da solo a scontare le tue pene.



CALISTO

Che il diavolo ti porti!



SEMPRONIO

Che il diavolo mi porti? Difficile, a quel ch'io penso, visto che è già tanto occupato con te! (Oh sventura! Oh sciagura improvvisa! Qual evento funesto ha potuto spegnere l'allegria in quest'uomo e, quel ch'è peggio, il senno con essa? Lo lascerò da solo, o non sarà meglio entrare là dentro? Se lo lascio solo si uccide; se entro, ucciderà me. Che stia; non me ne importa. Meglio che muoia chi è stanco di vivere, che non chi, come me, se la spassa. Avessi cara la vita anche solo per seguitar a vedere la mia Elicia, mi converrebbe guardarmi dai pericoli. Ma... e se quello s'ammazza senza testimoni, non sarò poi chiamato a render conto della sua vita? Meglio che entri. Ma, una volta che sarò dentro, accetterà poi conforto o consiglio? Sintomo mortale il non voler guarire! Ad ogni buon conto, che cuocia un po' nel suo brodo, lasciamo che giunga a puntino. Che ho sentito dire che è pericoloso aprire o spremere anzitempo le posteme dure, se non si vuole che s'irritino di più. Se ne stia un po' da solo. Lasciamo piangere chi pena: che le lacrime e i sospiri sono un ottimo balsamo per il cuore dell'afflitto. E poi, se mi ha davanti agli occhi, s'infiammerà ancor di più. Il sole è più ardente dove può riverberare; e se s'infiacchisce la vista che non s'affissi in qualcosa, s'aguzza quanto più è prossimo il suo oggetto. Mi conviene pazientare un pochino; e se nel frattempo s'ammazza, che schiatti pure! Chissà che non mi riesca di arraffar di nascosto qualcosa, con cui rifarmi il pelo. Certo, so bene che è male sperar salvezza dalla morte altrui, ma non è il diavolo in persona che mi tenta? D'altronde se muore, m'uccideranno, e la corda correrà dietro al secchio. E ancora: è opinione dei saggi che agli afflitti sia di grande conforto aver qualcuno con cui piangere le proprie pene; e che sono le piaghe nascoste a fare più male. Così, indeciso fra questi due estremi come sono, sarà miglior partito entrare, pazientare e consolarlo. Che se pure è possibile guarire senz'arte e senza strumenti, riuscirà tutto più facile con l'uno e con gli altri.)



* * *



CALISTO

Sempronio!



SEMPRONIO

Signore?



CALISTO

Porgimi il liuto.



SEMPRONIO

A voi, signore.



CALISTO

	Qual dolore sarà tale

	che si eguagli col mio male?



SEMPRONIO

Questo liuto è scordato.



CALISTO

E come potrebbe accordarlo chi non sa accordare se stesso? Come potrà aver orecchio per l'armonia chi con se stesso è a tal segno discorde? Quello la cui volontà più non obbedisce alla ragione? Chi porta nel cuore aculei, pace, guerra, tregua, amore, inimicizia, ingiurie, peccati, sospetti, e tutto in forza di un'unica cagione? Suvvia suona, e canta la canzone più mesta che sai.



SEMPRONIO

	Guarda Nerone da Tarpea

	Roma tutta come ardeva;

	fanciulli e vecchi mandan gridi,

	e lui di nulla si doleva.



CALISTO

Più grande è il mio fuoco e minore la pietà di chi adesso dirò.



SEMPRONIO

(Non mi sbaglio davvero, il mio padrone è proprio pazzo.)



CALISTO

Che vai bisbigliando Sempronio?



SEMPRONIO

Nulla.



CALISTO

Ripeti quel che dicevi, non aver paura.



SEMPRONIO

Mi chiedevo come un fuoco che tormenta un cristiano possa esser più grande di quello che mandò in cenere una siffatta città e così tanta gente.



CALISTO

Come? Te lo dirò io. Maggiore è la fiamma che dura ottant'anni di quella che si consuma in un sol giorno, e maggiore quella che arde un'anima di quella che bruci‹ò› centomila corpi. Tra la realtà e l'apparenza, tra il vero e il falso, fra il vivo oggetto e la sua pittura, v'è altrettanta differenza che tra il fuoco di cui parli e quello che mi tormenta. E certo, se il fuoco del Purgatorio è di tal fatta, vorrei piuttosto che il mio spirito dividesse la sorte degli animali privi di ragione, piuttosto che per mezzo di esso assurgere alla gloria dei santi.



SEMPRONIO

(Lo dicevo io! E la cosa minaccia di non fermarsi qui: non solo è pazzo, è pure eretico.)



CALISTO

Non t'ho detto di non farfugliare, quando parli? Che vai dicendo?



SEMPRONIO

Dicevo: "Che Iddio non voglia... che quel che hai detto or ora mi sa tanto d'eresia".



CALISTO

E perché mai?



SEMPRONIO

Per la buona ragione che quel che dici contraddice la religione cristiana.



CALISTO

E che mi importa?



SEMPRONIO

Non sei forse cristiano?



CALISTO

Cristiano io? Melibeo sono, Melibea adoro, in Melibea credo e Melibea amo.



SEMPRONIO

Tu lo dici. Melibea è così grossa che non ci sta proprio nel cuore del mio padrone, e così gli esce dalla bocca a fiotti! Non una parola di più. So ben io da che piede zoppichi; e come fare per guarirti!



CALISTO

Prometti cose incredibili.



SEMPRONIO

Facili, direi piuttosto, perché conoscere la natura del male è già un po' guarire.



CALISTO

Ma qual consiglio potrà mai guidare quello che in sé non ha né ordine né consiglio?



SEMPRONIO

(Ah, ah, ah! Tutto qui il fuoco di Calisto?! Son queste le sue angosce? Come se l'amore scoccasse i suoi dardi solo contro di lui! Oh Dio onnipotente, quanto insondabili sono i tuoi disegni! E quanta veemenza hai posto nell'amore se è causa di un simile turbamento in chi ama! Tu hai disposto che la follia d'amore non conoscesse limiti. All'innamorato par sempre di rimanere indietro. Tutti si agitano, fremono, corrono di qua e di là come torelli aizzati a colpi di picca che superano d'un balzo gli steccati. Hai ingiunto all'uomo di lasciare il padre e la madre per la sua donna; ma questo par poco ad essi. I quali, al pari di Calisto, rinnegano Te e la Tua legge. Né di ciò mi stupisco che, a causa dell'amore, pure i savi, i santi, e i profeti ti han voltato le spalle.)



CALISTO

Sempronio!



SEMPRONIO

Signore?



CALISTO

Non lasciarmi solo.



SEMPRONIO

(Questa è già tutt'altra musica.)



CALISTO

Che te ne pare del mio male?



SEMPRONIO

Che ami Melibea.



CALISTO

E nient'altro?



SEMPRONIO

Che aver la volontà prigioniera in una sola prigione è male non da poco.



CALISTO

La costanza non è davvero il tuo forte.



SEMPRONIO

Perseverare nel male non è costanza; al mio paese la chiamano piuttosto pertinacia od ostinazione. Voialtri filosofi di Cupido battezzatela pure come vi pare.



CALISTO

Suona male la menzogna in bocca di chi presume d'insegnare agli altri; tu stesso non fai che tessere le lodi della tua amica Elicia.



SEMPRONIO

Fa' quel che dico e non fare quello che faccio.



CALISTO

Di che mi rimproveri?



SEMPRONIO

Di piegare la tua dignità d'uomo all'imperfezione di una fragile femmina.



CALISTO

Femmina? Ma senti lo zotico! Dio, vorrai dire, Dio!



SEMPRONIO

Lo credi davvero o ti prendi gioco di me?



CALISTO

Che? Dio la credo, e per Dio la professo e credo non vi sia altro sovrano nel cielo, quantunque lei viva fra noi.



SEMPRONIO

(Ah, ah, ah! Avete sentito che razza di bestemmie? E che cecità!)



CALISTO

Ma di che ridi?



SEMPRONIO

Rido perché non pensavo si potessero concepire peccati più nefandi di quello di Sodoma.



CALISTO

Come sarebbe a dire?



SEMPRONIO

Ché quelli cercavano un abominevole commercio con angeli sconosciuti, e tu con quella che professi per tuo Dio.



CALISTO

Il diavolo ti porti! M'hai fatto ridere: cosa che avrei detto poco meno che impossibile.



SEMPRONIO

E che? Tutta la vita volevi piangere?



CALISTO

Sì!



SEMPRONIO

E perché mai?



CALISTO

Perché amo una donna dinanzi alla quale mi sento indegno a tal punto che dispero di poterla conquistare.



SEMPRONIO

(Ah, vigliacco! Ah gran figlio di puttana! Non è davvero della pasta di un Nembrot o di un Alessandro Magno, che si credettero degni non solo del dominio del mondo, ma anche di quello del cielo!)



CALISTO

Non mi pare di aver inteso quello che hai detto. Ripetilo, prima di continuare.



SEMPRONIO

Stupivo che tu, che hai più coraggio di Nembrot e Alessandro, disperassi di conquistare una donna; eppure molte di esse, e di nobile lignaggio, si sottomisero volentieri alle voglie e ai fiati puzzolenti di vili mulattieri; per non dire di quelle che copularono con bruti animali. Non hai letto la storia di Pasifae col toro, e di Minerva con il cane?



CALISTO

Non ci credo. Favole.



SEMPRONIO

E quella di tua nonna con lo scimmione? Una favola anche quella? Non la pensò così il coltello di tuo nonno.



CALISTO

Maledetto imbecille! Senti che po' po' di scempiaggini va dicendo!



SEMPRONIO

Ti brucia, eh!? Leggi gli storici, studia i filosofi, non trascurare i poeti. I libri son pieni dei vili e malvagi esempi delle donne, e della rovina di coloro che, come te, le tennero in qualche stima. Ascolta Salomone là dove dice che le donne e il vino conducono all'abiura gli uomini. Consulta Seneca, e vedrai in quale concetto le tiene. Porgi orecchio ad Aristotele; e a Bernardo. Gentili, giudei, cristiani e mori, in questo tutti concordano. Ma quel che ti ho detto e potrei dirti ancora non deve indurti a metterle tutte in un fascio: molte ve ne furono e molte ve ne sono di sante, virtuose e degne, la cui risplendente corona riscatta il generale vituperio. Ma quanto alle altre, chi potrebbe mai darti conto delle loro menzogne, degli intrighi, dell'incostanza, della leggerezza, delle lacrimucce, dei turbamenti e della loro impudenza? Che tutto quel che vien loro in mente osano senza riflettere. E le ipocrisie, le maldicenze, gli inganni, l'oblio, l'indifferenza, l'ingratitudine, l'incostanza, il loro molto promettere e l'altrettanto negare, i continui voltafaccia, la presunzione, la vanagloria, la tristezza, la follia, il disprezzo, la superbia, la ritrosia, la gola, la lussuria, le sconcezze, la paura, la sfrontatezza, i sortilegi, i raggiri, gli scherni, le calunnie, l'impudicizia, la ruffianeria? Considera bene che sorta di cervellini si celano sotto quelle grandi e delicatissime cuffie! E che pensieri sotto quelle arricciate gorgiere, sotto tutto quel fasto, e quelle vesti lunghe e austere! Quali mutilazioni e che marciume si celano al riparo di quei sepolcri imbiancati! Per loro s'è detto: "Armi del demonio, testa del peccato, rovina del Paradiso". Non hai mai letto nel libro delle orazioni, alla festa di S. Giovanni: ["Le donne e il vino fanno apostatare gli uomini" e] "Questa è la donna, l'antica malizia che fu causa ad Adamo d'esser privato delle delizie del Paradiso; colei che spalancò all'uomo le porte dell'inferno e che fu oggetto di spregio del profeta Elia" ecc.?



CALISTO

Dimmi allora: come mai Adamo, Salomone, Davide, Aristotele, Virgilio, tutti quelli insomma di cui hai parlato, com'è che proprio ad esse si sottomisero? Son forse io da più di loro?



SEMPRONIO

Come vorrei che imitassi quelli che le vinsero, e non quelli che ne furono sconfitti. Fuggi dai loro inganni. Sai tu che fanno? Cose ben difficili da capire. Non hanno ritegno, né fan uso di ragione, né hanno fermi propositi. Quando han deciso di concedersi iniziano col mostrarsi sdegnose! E per via sbeffeggiano coloro che poi si mettono di nascosto in casa. Irretiscono, allontanano, chiamano a sé, e infine respingono; mostrano amore e poi vi professano odio, di un niente s'infuriano e subito dopo s'acquietano. Vorrebbero che s'indovinassero i loro desideri! Che noia! Che tormento! Che strazio avere a che far con loro per più di quel brevissimo tempo in cui son disposte al piacere.



CALISTO

Bada, che quante più me ne dici, quanti più difetti mi metti innanzi, e più io l'amo. Non so darmene una ragione.



SEMPRONIO

Non son cose queste da lasciare al giudizio dei giovani, i quali a quel che vedo mal sopportano i lacci della ragione né si sanno governare. Miserevole cosa è credersi maestri senz'esser mai stati discepoli.



CALISTO

E tu che ne sai? Chi t'ha insegnato queste cose?



SEMPRONIO

Chi? Loro! Perché una volta scoperte, perdono a tal punto ogni pudore da manifestare questo e altro ancora agli uomini. Attèggiati, dunque, secondo la misura del tuo onore, tienti per più degno di quanto tu ti reputi; ché certo è assai peggior estremo deprimersi al di sotto dei propri meriti che collocarsi più in alto del dovuto.



CALISTO

E chi son io per questo?



SEMPRONIO

Chi sei? Prima di tutto sei uomo, e di chiaro ingegno. Di più, la natura ti è stata larga delle doti più ambite. Di bellezza e di grazia, di prestanza e di forza, di agilità. Oltre a ciò, la fortuna discreta spartì con te il suo, e in misura tale che le tue qualità interiori risplendono specchiandosi in quelle di fuori. Giacché, senza i beni esteriori, dei quali è signora la sorte, a nessuno è dato d'esser felice in questa vita. Aggiungi che la tua buona stella ha voluto che fossi amato da tutti.



CALISTO

Ma non da Melibea. E in tutte le qualità e virtù che m'hai attribuito, Sempronio, di molto e senza possibilità di confronto, Melibea mi sopravanza. Considera la nobiltà e l'antichità del suo lignaggio, l'ingente patrimonio, l'eccellentissimo ingegno, le sfolgoranti virtù, la grazia ineffabile e superba, l'inarrivabile bellezza, della quale ti supplico di lasciarmi dire un poco, affinché ne prenda qualche conforto. E te ne dirò attenendomi soltanto a quel che si vede; che se io sapessi descriverti anche quel che non si vede non vi sarebbe ragione per seguitare in questo penoso discorso.



SEMPRONIO

(Che menzogne e che sciocchezze dirà ancora quel meschino del mio padrone?)



CALISTO

Che hai detto?



SEMPRONIO

Ho detto: "Parla pure, che sarà una delizia per le mie orecchie ascoltarti". (Che Iddio ti rimeriti per quanto mi risulterà grato il tuo sermone!)



CALISTO

Come?



SEMPRONIO

Che Iddio mi sia generoso, tanto quanto mi piacerà ascoltarti!



CALISTO

Bene. E per farti contento, te la descriverò parte per parte, senza nulla tralasciare.



SEMPRONIO

(Che jella! Solo questo ci mancava! Ma pazientiamo; che anche 'sta rogna dovrà pur finire.)



CALISTO

Comincerò dai capelli. Hai visto mai le matasse d'oro fino che filano in Arabia? Ebbene, son essi più belli e non risplendono di meno. E lunghi tanto da giungerle alla pianta dei piedi. E quando poi son pettinati e raccolti con un cordoncino sottile come lei suol fare, non ci vuol altro per mutar gli uomini in pietre.



SEMPRONIO

(In asini, vorrai dire!)



CALISTO

Che dici?



SEMPRONIO

Dicevo che capelli tanto preziosi non son certo crini d'asino.



CALISTO

Ma senti tu che zotico e se son questi i paragoni da fare!



SEMPRONIO

(Sarai fine tu!)



CALISTO

Gli occhi verdi, a forma di mandorla; le ciglia lunghe; le sopracciglia sottili e arcuate; il naso regolare; piccola la bocca e i denti minuti e candidi; le labbra rosse e carnose; il contorno del viso ovale piuttosto che tondo; il petto alto. La rotondità e la forma dei seni chi te le saprà descrivere? Non v'è uomo che non ne sia catturato al solo vederli! La carnagione liscia e tersa; la pelle tale da far sembrar scura la neve; un incarnato del quale si direbbe abbia scelto e dosato lei stessa i colori.



SEMPRONIO

(Non demorde lo sciocco!)



CALISTO

Le mani piccole, nella giusta misura e non troppo scarne; le dita affusolate; le unghie lunghe e rosse tanto che paiono rubini incastonati fra perle. Quanto all'armonia della figura, pur celata ai miei occhi, non esito a giudicarla più perfetta, per ciò che lascia indovinare, di quella di colei che Paride giudicò la più bella fra le tre dee.



SEMPRONIO

Hai finito?



CALISTO

Quanto più in breve ho potuto.



SEMPRONIO

Anche ammettendo che tutto ciò sia vero, tu, per il solo fatto d'esser uomo, sei più degno.



CALISTO

E in che cosa, di grazia?



SEMPRONIO

Nel fatto che Melibea è imperfetta; e che tale essendo desidera e brama te, e magari persino un altro a te inferiore. Non hai letto il filosofo, là dove dice: "Come la materia ambisce alla forma, così la donna al maschio"?



CALISTO

Oh, me sventurato! E accadrà mai tal cosa tra me e Melibea?



SEMPRONIO

È possibile; come è possibile che tu giunga a odiarla quanto ora la ami. Ma questo non prima che tu l'abbia ottenuta e che tu riesca finalmente a vederla con altri occhi, liberi dall'errore che adesso ti fa velo.



CALISTO

Con quali occhi?



SEMPRONIO

Con occhi chiari.



CALISTO

E ora, con che la vedo?



SEMPRONIO

Con occhi che ingrandiscono, che fanno apparir molto il poco e grande ciò che è piccolo. E affinché tu non disperi, voglio assumermi io il compito di soddisfare il tuo desiderio.



CALISTO

Oh, che Dio ti dia quel che desideri! E che gioia mi dà l'ascoltarti, anche se dispero che tu mantenga.



SEMPRONIO

Non dubitare. Che sarò di parola.



CALISTO

Iddio te ne rimeriti! Quel giubbetto di broccato che indossavo ieri, Sempronio, prendilo, è tuo!



SEMPRONIO

Il Signore ti rimuneri per questo. (E per il molto che ancora mi darai. Dell'affare mi tocca la parte migliore. E, comunque, se continua a spronarmi con questi argomenti, gliela farò trovare nel suo letto. La faccenda è ben avviata davvero. Merito di quel che m'ha allungato il padrone; perché senza mercede è impossibile far le cose per bene.)



CALISTO

Non far lo svogliato proprio ora.



SEMPRONIO

Non farlo tu, piuttosto, che a padrone pigro non s'accompagna servo diligente.



CALISTO

Che pensi di fare per rendermi quest'opera di bene?



SEMPRONIO

Ascolta. È da molto tempo che conosco una vecchia barbuta che si chiama Celestina e dimora fuori mano: scaltra fattucchiera, e maestra d'ogni sorta di raggiro. A quel che mi risulta son più di cinquemila le verginità che si son fatte e disfatte per opera sua in questo paese. E se solo volesse, sarebbe capace di smuovere e istigare alla lussuria persino le pietre.



CALISTO

Le potrei parlare?



SEMPRONIO

La porterò io da te. Preparati e mostrati cortese e generoso con lei. E intanto ch'io vado, studia il modo di dirle la tua pena con la stessa precisione con cui lei ti indicherà il rimedio.



CALISTO

E che aspetti?



SEMPRONIO

Vado di corsa. Che Dio sia con te!



CALISTO

E con te.



CALISTO (da solo)

O Dio onnipotente ed eterno! Tu che sei guida a chi si è smarrito; tu che conducesti a Betlemme i re d'Oriente inviando loro la stella a indicargli il cammino e poi li riaccompagnasti in patria, umilmente ti prego d'esser guida pure al mio Sempronio, di modo che converta la mia pena e la mia tristezza in letizia, e me, indegno, conduca al sospirato fine.



* * *



CELESTINA

Statti allegra, Elicia! Sempronio è qui!



ELICIA

Pss! Zitta! Zitta!



CELESTINA

Che c'è?



ELICIA

Critone. Critone è qui con me.



CELESTINA

Mettilo nello stanzino delle scope, presto! Digli che sta per arrivare un tuo cugino nonché mio conoscente!



ELICIA

Critone, nasconditi qui! Dài! Che viene mio cugino, oh Dio, son perduta!



CRITONE

D'accordo. Ma smettila di agitarti così!)



SEMPRONIO

Madre mia benedetta! Che voglia di vederti! Ringrazio Iddio che mi t'ha fatto trovare.



CELESTINA

Figlio mio, mio re, son tutta turbata! Non riesco a dir parola. Vien qua, dài. Stringimi ancora. Come hai potuto star tre giorni senza venirci a trovare? Elicia, Elicia, guarda chi c'è.



ELICIA

Chi, madre mia?



CELESTINA

Sempronio!



ELICIA

Oh povera me! Ho il cuore in gola! Alla buonora!



CELESTINA

Dài, non far la scontrosa! Devo abbracciarmelo io, visto che tu non ci pensi?



ELICIA

Ah, che tu sia stramaledetto! Traditore! Che tu possa schiattare di postema e di cancro, morire per mano dei tuoi nemici, incappare nel giudice più inflessibile che ti accolli delitti degni di una morte crudele. Ohimè! Ohimè!!



SEMPRONIO

Ah, ah, ah! Che ti succede, Elicia mia? Di che ti crucci?



ELICIA

Sono ormai tre giorni che non ti degni di venirmi a trovare. Che Dio abbia altrettanta cura di te. Così ti dia conforto e ti visiti! Me infelice che in te ho riposto ogni speranza e il fine d'ogni mio bene!



SEMPRONIO

Taci, signora mia! Tu pensi che la distanza che ci separa abbia il potere di smorzare l'amore profondo che sento per te, il fuoco che mi arde nel petto? Dovunque io vada, tu vieni con me, tu sei con me. Non t'affliggere e non mi tormentare più di quanto già non abbia sofferto. Piuttosto, dì, cos'è questo rumore di passi qui sopra?



ELICIA

E me lo chiedi? Un mio amante.



SEMPRONIO

Non stento a crederlo!



ELICIA

In fede mia, è così. Sali e lo vedrai da te.



SEMPRONIO

Vado.



CELESTINA

Dài, dài! Lascia perdere questa pazza, che le ha dato di volta il cervello. È così sconvolta per la tua assenza che minaccia di uscir di testa e di dire una marea di sciocchezze. Avvicinati e parliamo. Che chi ha tempo non aspetti tempo.



SEMPRONIO

Allora, si può sapere chi c'è di sopra?



CELESTINA

Lo vuoi proprio sapere?



SEMPRONIO

Certo che sì.



CELESTINA

C'è una fanciulla che m'è stata affidata da un frate.



SEMPRONIO

Un frate? E chi?



CELESTINA

Non far troppo il curioso!



SEMPRONIO

Per l'anima mia, madre, che frate?



CELESTINA

Insisti, eh? Il priore, il grassone.



SEMPRONIO

Ohi, ohi! Che soma la aspetta!



CELESTINA

A ciascuna il suo fardello. E poi, questo è un basto che non lascia segni!



SEMPRONIO

Certo, non sulle spalle. Ma molti sul ventre.



CELESTINA

Senti tu che lingua!



SEMPRONIO

Lascia stare la mia lingua. Fammi vedere piuttosto la ragazza.



ELICIA

Ah, il signor mascalzone! La vuoi vedere eh? Che ti possano schizzar gli occhi dalle orbite! Non s'accontenta mica di una, il signorino! Va', guardatela bene... e lasciami in pace una volta per tutte.



SEMPRONIO

E taci una buona volta, per Dio! Se ti sei arrabbiata!! Non m'importa di veder lei né nessun'altra donna al mondo. Quel che voglio è parlar con mia madre. E tu, va' con Dio!



ELICIA

Ma sì! Vattene via, ingrato! E sta' pure altri tre anni senza venirmi a trovare!



SEMPRONIO

Madre mia, fidati di me. Non credere che ti voglia prendere per il naso. Sù, metti il tuo mantello e affrettati: strada facendo saprai ogni cosa. Che se mi dilungassi a dirtene qui, ne andrebbe del tuo profitto e del mio.



CELESTINA

Andiamo. Elicia, resta con Dio e chiudi bene la porta. Ciao, ciao, casetta mia.



* * *



SEMPRONIO

Oh, madre mia! Lascia perdere ogni altra faccenda, prestami orecchio e non ti distrarre. Non lasciar correre a briglia sciolta il tuo pensiero che chi lo tiene occupato in diversi luoghi, non l'ha in nessuno; e se l'azzecca è solo per caso. Voglio che tu sappia ciò che ancora non ho avuto agio di dirti: e cioè che da quando ho riposto in te tutta la mia fiducia, mai ho desiderato alcunché di cui non ti toccasse una parte.



CELESTINA

E che Dio faccia lo stesso con te, figlio mio, che non sarà senza ragione, non fosse che per la pietà che hai di questa vecchia peccatrice. Parla una buona volta! Non farla tanto lunga! Ché l'amicizia che ci lega può ben fare a meno di preamboli, di codicilli e non c'è bisogno di tante storie per volersi bene. Al dunque: che è vano dire con molte parole ciò che con poche può essere inteso.



SEMPRONIO

L'hai detto. Calisto arde d'amore per Melibea; ha bisogno tanto di me quanto di te; e dato che gli siamo necessari entrambi, entrambi ne trarremo profitto! Ché il segreto della prosperità è riconoscere l'occasione e coglierla al volo.



CELESTINA

Ben detto, ho capito perfettamente. Con me basta e avanza uno strizzar d'occhi. E ti dico che mi rallegro di queste nuove, come il cerusico di una testa rotta. Ché, come lui sul principio immalignisce la piaga per far poi cadere da più in alto la promessa di guarigione, così intendo far io con Calisto. Gli tirerò in lungo la certezza del rimedio, che, come si suol dire, speranza protratta fa piccolo il cuore; e quanto più la perderà, tanto più gli sarò larga di promesse. Tu mi capisci, vero?



SEMPRONIO

Zitti ora, che siamo vicini alla porta e, come si dice, anche i muri hanno orecchie.



CELESTINA

Sì, bussa.



SEMPRONIO

Toc, toc, toc.



* * *



CALISTO

Pármeno!



PÁRMENO

Signore?



CALISTO

Non hai sentito, maledetto sordo?



PÁRMENO

Che cosa, signore?



CALISTO

Bussano alla porta. Corri.



PÁRMENO

Chi è?



SEMPRONIO

Apri: son io, Sempronio. E questa signora che viene con me.



PÁRMENO

Signore, sono Sempronio e una vecchia baldracca imbellettata a bussare alla porta.



CALISTO

Come ti permetti, canaglia, quella è mia zia. Corri, corri, va' ad aprire. Sempre la stessa solfa. Si cerca di scansar un pericolo e ci si va a cacciare in un altro di gran lunga peggiore. Per tener nascosta tutta questa faccenda a Pármeno, che amore, fedeltà o timore sarebbero bastati a tenere a freno, sono incappato nell'ira di costei, che non ha minor potere di Dio sulla mia vita.



PÁRMENO

Perché, signor mio, ti tormenti? Perché tutta questa angoscia? Pensi forse che il nome con cui l'ho chiamata suoni biasimevole alle sue orecchie? Niente di più falso. Lei se ne compiace non diversamente da te quando ti senti dire: "valente cavaliere davvero è quel Calisto". Per giunta, tutti la chiamano e la conoscono per tale. Se si trova in mezzo a cento donne e uno prorompe in un "vecchia puttana!", è lei, senz'ombra di imbarazzo, che volta subito la testa, e annuisce tutta goduta. Nei banchetti, nelle feste, nei matrimoni, nelle confraternite, ai funerali e insomma in quanti crocchi si formino, è lei argomento di conversazione. Se passa tra i cani, per strada, si sente latrare quel nome; al vederla, gli uccelli non cinguettano altro; se sta presso un gregge, è quel titolo che le pecore bandiscono belando; se passa tra gli asini, anch'essi tra i ragli confermano "vecchia puttana!". Le rane dei pantani non fanno che ripeterlo gracchiando. Se va tra i fabbri, i martelli scandiscono quel nome; carpentieri e armaioli, maniscalchi, calderai, battilana: ogni artigiano insomma lo fa risuonar per l'aria col suo arnese. Inneggiano a lei i falegnami, la cardano lanaiuoli e tessitori; i contadini negli orti, nei campi, nelle vigne, al tempo della mietitura, alleviano grazie a lei la fatica quotidiana. Perdono al gioco? e subito echeggian le sue lodi. Tutto ciò che ha voce, dovunque ella si trovi, ripete quel nome. Ah, ne mandava giù di uova sode suo marito! Che altro vuoi che ti dica se persino da due pietre che cozzin tra loro, s'alza nitido il suono "vecchia puttana"?



CALISTO

E tu, come lo sai; e come la conosci?



PÁRMENO

Ora ti dico. Molti anni or sono, mia madre, spiantata in canna, abitava nel quartiere di questa Celestina; e così, su sua preghiera, mi mise al servizio della vecchia. E se non m'ha riconosciuto è per il poco tempo che sono stato con lei, e poi perché l'età mi ha molto cambiato.



CALISTO

E che cosa ci facevi?



PÁRMENO

Andavo al mercato, signore, le portavo le provviste e le facevo compagnia; m'occupavo insomma di tutte quelle faccende cui con le mie deboli forze potessi far fronte. Ma del breve periodo che stetti con lei, la mia memoria di fanciullo raccoglieva quel che la memoria d'uomo fatto non ha potuto cancellare. Questa irreprensibile signora possiede, là dove finisce la città, vicino alle concerie, sulla riva del fiume, una casetta isolata, mezzo diroccata, pochissimo adorna e meno ancor rifornita. Sei mestieri faceva: cucitrice, profumiera, maestra nel preparar belletti e nel rappezzar verginità, e poi ruffiana e in aggiunta un pochino fattucchiera. Il primo fungeva da copertura agli altri e, col pretesto di quello, non poche fantesche entravano in quella casa a cucirsi e a cucir camicie, e gorgiere ed altro ancora. Nessuna veniva senza un poco di lardo, senza una misura di frumento o di farina, o senza un boccale di vino o qualche altra provvista che riusciva a sgraffignar alla padrona. Ma in quella casa s'occultavano pure altre refurtive e di maggior valore. Era molto amica di studenti, di dispensieri e di garzoni di abati. A costoro vendeva il sangue innocente che quelle poverine arrischiavano a cuor leggero, confidando nelle promesse della vecchia di rifarle nuove. Non paga di ciò, si spingeva più in là: per mezzo di quelle ragazze riusciva a comunicare anche con le fanciulle più sorvegliate, fino a condurre in porto i suoi propositi. E quante di costoro vidi introdursi di soppiatto in casa sua nelle occasioni e coi pretesti più onesti, si trattasse di una Via Crucis, di processioni notturne, di messe di mezzanotte, o di mattutini, o ancora di altre segrete devozioni! E dietro a loro uomini scalzi, contriti, imbacuccati, sbracati, che entravano lì a piangere i propri misfatti. Aveva un bel daffare, ne converrai! Si professava medico dei bambini; prendeva stame di lana da una casa e lo portava a filare in un'altra, per avere una buona scusa per entrare in tutte. Le une dicevano: "madre, di qua!". Le altre: "madre, di là!"; e: "guarda la vecchia che arriva!"; e: "viene la padrona!". E insomma, da tutte era la più conosciuta. Ma con tutto questo darsi da fare, non si perdeva una messa o un vespro, e nemmeno trascurava i conventi di frati e di monache; e questo perché anche là si prendeva i suoi svaghi e ordiva i suoi intrighi. In casa poi distillava profumi, falsificava storace, benzoino, lacrime, ambra, zibetto, polverine, rose muschiate. Aveva una stanza stipata di alambicchi, ampolle, barattoli di terracotta, di vetro, di rame, di stagno, di mille fogge diverse. Preparava sublimato, belletto cotto, unguenti argentati, pomi di cosmetico, pomate di cera, balsami per allisciare, creme, lustri, ciprie, emollienti, bianchetti, e altre lavande per il viso fatte con raschiature di radici d'asfodelo, di cortecce di vescicaria, di serpentaria, di fiele, d'uva agra, e di mosto, tutti distilla‹ti› e zucchera‹ti›. Detergeva la pelle con succo di limone, polvere di tassia, midollo di capriolo e d'airone e altre misture. Ricavava acqu[e] aromatiche dalle rose, dai fiori d'arancio, dal gelsomino, dal trifoglio, dalla madreselva, dal garofano, dalla rosa muschia‹ta› e selvatica, ridotte in polvere e mescolate con vino. Faceva liscive per imbiondire di sarmenti, di leccio, di segale, di marrobbio, con salnitro, allume, millefoglie ed altre cose ancora. Degli unti e delle manteche che faceva, sarebbe troppo lungo dire: ne aveva di vacca, d'orso, di cavallo e di cammello, di serpe e di coniglio, di balena, d'airone e di tarabuso, di daino e di gatto selvatico, di tasso e scoiattolo, di riccio e di lontra. Quanto poi alle essenze per il bagno, ne aveva a profusione: erbe e radici che teneva appese al soffitto di casa; camomilla e rosmarino, malvavischio, capelvenere, erba medica, fior di sambuco e senape, spigo e lauro bianco, tortarosa e gramigna, fiori selvatici e ricino, becco d'oro e foglia scura. Per non dire degli olii per il viso: di storace e di gelsomino, di limone, di semi di frutta, di violetta, di benzoino, di pistacchio, di pinoli, di sesamo, di giuggiolo, d'agrostemma, di lupini, di veccia, di cece e di stellaria. Teneva poi in un'ampolletta un poco di balsamo con il quale era solita ungere quello sfregio che le attraversa il naso. Quanto alle verginità, alcune le restaurava con pezzi di vescica, altre le risanava cucendole. Su di un soppalco, in una scatoletta dipinta, teneva ‹alcuni› aghi sottili da conciatore e fili di seta incerati; e, appese lì accanto radici di sommacco, scotano, cipolla squilla e carlina. E con tutto ciò faceva meraviglie; tanto che quando venne da queste parti l'ambasciatore francese, per ben tre volte spacciò come vergine una servetta che aveva.



CALISTO

Magari, cento volte l'avesse fatto!



PÁRMENO

Magari! Era per puro buon cuore che racconciava molte orfane e sventurate che le si raccomandavano. In una stanzetta, custodiva i rimedi per curare gli amori andati a male e i filtri per farsi voler bene. Aveva ossa di cuore di cervo, lingue di vipera, teste di quaglia, cervelli d'asino, membrane di cavallo, placente di parti recenti, fava moresca, ciottoli di mare, corda d'impiccato, fiori d'edera, spine di riccio, zampe di tasso, semi di felce, pietre di nido d'aquila e mill'altre diavolerie. Venivano da lei uomini e donne a frotte: a questi chiedeva un tozzo di pane morso dall'amante disamorato; ad altri un lembo del mantello; ad altri ancora una ciocca di capelli. Ad alcuni poi dipingeva sul palmo della mano certe lettere con polvere di zafferano o con vermiglione; ad altri consegnava certi cuori di cera, trafitti d'aghi spezzati, e altri oggetti ancora fatti d'argilla e di piombo: cose tutte di pessimo vedere. China a terra, dipingeva figure e pronunciava sortilegi e parole. Chi mai potrebbe raccontarti tutto quel che ordiva questa vecchia? E non eran che burle e menzogne!



CALISTO

Sta' bene, Pármeno. Ma lasciane un pezzo per dopo. M'hai messo in guardia quanto basta, e te ne sono grato. Ma ora, bando agli indugi, che la necessità mal sopporta ritardi. Ascolta: quella donna vien qua pregata da me, e sta aspettando più del dovuto. Sbrighiamoci dunque, che non abbia a irritarsi. Ho una gran paura e la paura, si sa, raccorcia la memoria e aguzza l'ingegno. Andiamo, sù, e provvediamo. Ma te ne prego, Pármeno: raffrena l'invidia che porti a Sempronio, che tanto bene mi serve e m'asseconda in questa circostanza: che non sia d'impedimento al rimedio che sogno per la mia vita; che se per lui c'è stato un giubbetto, a te non mancherà un saio. E non credere ch'io tenga in minor conto i tuoi consigli e i tuoi avvertimenti, dei servigi e dell'opera sua. So bene quanto lo spirito la vinca sul corpo. E neppure mi sfugge che le bestie, che faticano e sudano tanto più degli uomini, e che per questo ne sono alimentate e curate, nessuno si sogna di farsele amiche. Questa, a quel ch'io penso, è la differenza, che mi ti fa più caro di Sempronio. E, sotto il sigillo del segreto, questa è l'amicizia che ti offro, senza riguardo al fatto che ti sono padrone e tu mi sei servo.



PÁRMENO

Nelle tue promesse e nei tuoi rimbrotti, ‹signor,› [Calisto] ti vedo dubitare della mia fedeltà e del mio zelo: e ciò mi spiace. Quando mai mi hai visto invidioso, quando mi hai visto trascurare il tuo bene per interesse o per dolo?



CALISTO

Non avertene a male. E non dubitare: che le tue buone maniere e la tua educazione sono tali ai miei occhi da farti preferire a tutti coloro che sono al mio servizio. Ma poiché in caso tanto delicato, e dal quale dipende tutto il mio bene e la mia stessa vita è bene stare all'erta, permettimi di non abbassare la guardia. Tanto più che il tuo essere ammodo fiorisce su un buon naturale, e un buon naturale può indurre in tentazione. Ma ora basta, e andiamo piuttosto incontro a colei che è la mia salvezza.



* * *



CELESTINA

(Sento dei passi. Scendono. Sempronio, fa' mostra di non sentirli! Stattene zitto. Lascia dire a me ciò che conviene a entrambi.



SEMPRONIO

Intesi.)



CELESTINA

Ehi tu! Non mi seccare, ché stare addosso all'ansioso, è come dar di sprone a una bestia sfinita. Da come ti duoli della pena del tuo padrone Calisto si direbbe che siate la stessa persona e che i tormenti dell'uno siano i tormenti dell'altro. Sta' pur sicuro che se sono venuta fin qui non è certo per lasciare a mezzo questa faccenda ma per risolverla; dovesse costarmi la vita.



CALISTO

Fermati, Pármeno! Sta' a sentire quel che dicono costoro. Vediamo a che mani ci siamo affidati. Oh, donna ineguagliabile! Oh, ricchezze di questo mondo, indegne d'esser possedute da un così nobile cuore! Oh, Sempronio, servo devoto e sincero! Hai visto, Pármeno mio? Hai sentito? Non avevo forse ragione? Che mi dici adesso, custode dei miei segreti, d'ogni mio bene, della stessa anima mia?



PÁRMENO

Al primo sospetto, protesto la mia innocenza, obbedisco alla fedeltà che ti devo e, poiché me ne dai facoltà, parlerò. Ascoltami, dunque, e voglia il cielo che l'amore non ti faccia sordo, né t'acciechi la brama del piacere. Moderati, non precipitare le cose; ché molti, per la smania di colpir nel segno, mancano il bersaglio. Son giovane, eppure, quante ne ho viste! Il buon senso e l'attenta osservazione mettono in chiaro il senso delle cose; che se quei due dicono ad alta voce quel che hai udito è perché t'han visto o t'hanno sentito scendere dalle scale. E il loro scopo è che tu riponga nelle loro menzogne il fine ultimo della tua speranza.



SEMPRONIO

(Celestina, quel che dice Pármeno, non mi suona affatto bene.



CELESTINA

Taci! Che per questo santo segno di croce dove è venuto l'asino terrà dietro il basto. Di Pármeno lascia che mi occupi io: ti prometto che sarà dei nostri; gli daremo parte di quel che riusciremo ad arraffare, che i beni, se non son condivisi, non son beni, no? Prendiamo tutti il nostro guadagno, spartiamo fra tutti, spassiamocela insieme. Te lo porterò io, buono buono, a becchettarti il pane sul palmo della mano. Che di due contro due che siamo, saremo allora in tre a metter in mezzo l'allocco.)



* * *



CALISTO

Sempronio!



SEMPRONIO

Signore?



CALISTO

Che fai, chiave della mia vita? Apri! Oh Pármeno, eccola che viene, la vedo! Son salvo! Mi sento rinato! Guarda che reverenda persona e che portamento! Il più delle volte è dalla fisionomia che traspaiono le doti dell'anima. Oh, virtuosa vecchiaia! Oh, virtù carica d'anni! Oh, speranza gloriosa del mio agognato fine! Oh, fine della mia agognata speranza! Oh, salvezza della mia passione, panacea del mio tormento, rigenerazione del mio spirito esangue, oh ravvivamento della mia vita, resurrezione della mia morte! Toccarti voglio, bramo baciare queste tue provvide mani. Il sapermi indegno me ne trattiene. Da qui, pertanto, mi prostro sulla terra che calpesti e la bacio in segno di omaggio.



CELESTINA

(Amato Sempronio, in fede mia non è davvero di codeste cose che campo! Quello sciocco del tuo padrone crede di darmi da rosicchiare gli ossi che ho già spolpato! Ma a me ben altro mi preme! Alla cottura ne proverà il sapore! Digli che si cucia la bocca e cominci piuttosto ad aprire la borsa, perché io già mi fido poco dei fatti, figurarsi delle parole! Vieni, vieni, che ci penso io a strigliarti, asina zoppa! Avresti dovuto svegliarti prima!!



PÁRMENO

Povere le mie orecchie. Cosa gli tocca sentire! Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Oh, sventurato Calisto, eccoti avvilito, cieco, in ginocchio, ad adorare la terra più decrepita [e] baldracca, quella che le spalle di costei han raccattato in tutti i bordelli a furia di ruzzoli e capriole. Eccoti affranto, vinto e scoraggiato. Preda dello sconforto, sordo ai buoni consigli, rassegnato.)



CALISTO

Che dice la vecchia? Se ho capito bene, ha paura che io le voglia offrir parole in luogo del compenso.



SEMPRONIO

Così è parso anche a me.



CALISTO

Séguimi, allora! E porta le chiavi che mi proverò a dissipare i suoi dubbi.



SEMPRONIO

E farai bene. Affrettiamoci dunque, che non si deve dar tempo all'erba di crescere in mezzo al grano, e al sospetto d'insinuarsi nel cuore degli amici; che anzi, bisogna estirparla subito col sarchio delle opere buone.



CALISTO

Parli da persona avveduta. Avanti, andiamo e bando agli indugi!



* * *



CELESTINA

Sono contenta, Pármeno, che ci sia data l'opportunità di farti conoscere l'amore che ti porto e la parte che senza merito tu occupi nel mio cuore. E dico senza merito, per quella malignità che m'è parso di sentire, e alla quale non voglio far caso. La virtù ci esorta a resistere alle tentazioni e a non ripagare male con male, specie quando a tentarci è un giovane poco esperto delle cose del mondo, che per un malinteso senso di lealtà perde se stesso e il proprio padrone, come hai appena fatto tu con Calisto. T'ho sentito bene: non credere che gli anni m'abbiano fatto perdere l'udito e gli altri sensi; ché non solo vedo, ascolto e conosco, ma con gli occhi dello spirito riesco a penetrare anche i pensieri più segreti. Devi sapere, Pármeno, che Calisto si strugge d'amore. Non giudicarlo debole per questo, ché l'amore ostinato trionfa su ogni cosa. E sappi, se ancor non l'hai inteso, che vi sono due verità che non temono smentita: la prima, che l'uomo è tenuto ad amar la donna e la donna l'uomo; la seconda, che colui che veramente ama non può sottrarsi alla dolcezza del sovrano deliquio che il Fattore di tutte le cose ha voluto al fine ‹di› perpetuare la specie e impedirne l'estinzione. E questo, non solo nell'uomo, ma anche nei pesci, e nelle bestie, e tra gli uccelli, e i rettili. Persino nel regno vegetale vi sono piante che obbediscono a regola siffatta. Che, se stanno a breve distanza l'una dall'altra, e senza che cosa s'interponga fra esse, s'atteggiano in guisa tale da far supporre a agricoltori e erboristi che si dividano in maschi e femmine. Che ne dici, Pármeno? Sciocchino mio, pazzerello, angioletto, tesoruccio, sempliciotto! E che sono tutte quelle smorfiette sul tuo faccino? Vien qua, puttanella mia, che non sai nulla del mondo tu, e delle sue delizie. Che mi venga una fotta, vecchia come sono, se non mi verrebbe voglia di farmiti sotto. Stai mettendo su un vocione, ti sta spuntando la barba e devi avere la punta della trippa un poco agitatella, eh?



PÁRMENO

Come coda di scorpione!



CELESTINA

E anche peggio: ché quella morde senza gonfiare, e la tua gonfia per nove mesi.



PÁRMENO

Ah, ah, ah!



CELESTINA

Ridi, eh, carognetta d'un ragazzo!



PÁRMENO

Sta' zitta madre, e non mi gettar la croce che, se son corto d'anni, non mi fa difetto il giudizio! Amo Calisto: perché gli devo fedeltà e mi sfama, mi colma di favori; e poi mi vuol bene e mi tratta con ogni riguardo: ed è questa la catena più forte che lega il servo al signore. È in un mare di guai, ché non v'è cosa peggiore che correre dietro a un desiderio senza speranza. Tanto più che s'illude di porre rimedio a una situazione tanto intricata e difficile grazie ai vani consigli e alle sciocche ragioni di quel bruto di Sempronio, che è come voler cavar pedicelli con zappa e pala. Non riesco proprio a mandarla giù. Mi vien da piangere solo a pensarci!



CELESTINA

Ma non vedi, Pármeno mio, che è da sciocchi piangere per una cosa che non è con le lacrime che si può rimediare?



PÁRMENO

È ben per questo che piango. Ché se le mie lacrime potessero dare sollievo al mio padrone, trarrei tanto piacere da tale speranza che riuscirei a tenere il ciglio asciutto. Posto che questo non è, mi viene il magone e non mi resta che sciogliermi in lacrime.



CELESTINA

E piange[ra]i per niente; per una cosa che non potrai né impedire né sanare a furia di lamenti; togliti dalla testa di poterlo guarire in questo modo! Non è forse già successa ad altri la stessa cosa, Pármeno?



PÁRMENO

Sì; e tuttavia per nessuna cosa al mondo vorrei veder soffrire così il mio padrone.



CELESTINA

Tranquillo, che non soffre; ma se anche così fosse, potrebbe sempre guarire, no?



PÁRMENO

Non mi convince affatto quel che dici. In fatto di beni, val meglio l'atto della potenza. Nei mali, al contrario, la potenza più dell'atto. E dunque è di gran lunga preferibile essere sano che poterlo essere ed essere malato in potenza che esserlo in atto. Ne consegue che avere il male in potenza è preferibile che averlo in atto.



CELESTINA

Ah, briccone! E come diavolo parli che non ti si riesce a capire? Allora, ti spiace o non ti spiace del suo male? E che hai detto fino ad ora? Di che ti lamenti? Ma sia che tu scherzi o che tu spacci il falso per vero, credi pure quel che ti pare: il tuo padrone è malato in atto e la potenza della sua sanagione sta nelle mani di questa povera vecchia.



PÁRMENO

Dì pure "di questa povera vecchia puttana!".



CELESTINA

E puttanissimi i giorni che ti restano da vivere, screanzato! Come ti permetti?



PÁRMENO

Eh, ti conosco bene io!



CELESTINA

Ma si può sapere chi sei?



PÁRMENO

Chi sono? Pármeno, il figliolo del tuo compare Alberto. Sono stato in casa tua ‹un mese,› ricordi? Mi ti aveva affidato mia madre quando abitavi lungo il fiume, vicino alle concerie.



CELESTINA

Gesù, Gesù mio! E tu così saresti Pármeno, il figlio della Claudina?



PÁRMENO

Sissignora, in persona!



CELESTINA

Che tu possa bruciare nel fuoco dell'inferno. Tua madre era una vecchia puttana non meno di me. Perché m'hai preso di mira, Pármeno mio? Ma sì, è lui, è proprio lui, per tutti i santi del Cielo! Avvicinati, vien qua, che in vita mia t'avrò rifilato mille frustate e schiaffoni, ma non ti ho lesinato altrettante carezze. Ti ricordi di quando dormivi ai miei piedi, pazzerello?



PÁRMENO

Eccome se me ne ricordo! E non mi sono scordato nemmeno di quando, nonostante fossi ancora un bambino, mi tiravi su sul guanciale e mi stringevi forte; e io me la svignavo, perché puzzavi di vecchia.



CELESTINA

Ti venisse un cancaro! E come te la butta lì lo svergognato! Ma bando alle fisime e alle facezie e stammi bene a sentire, figliolo. Allora. È vero: mi hanno chiamata per un certo motivo. Ma io in realtà sono qui per un altro. Ho fatto finta di non avere la minima idea di chi fossi, ma sono venuta esclusivamente per te. Figliolo, sai bene come tua madre, che Dio l'abbia in gloria, ti affidò a me quando era ancora vivo tuo padre. Il quale, dopo che tu mi lasciasti, morì di crepacuore tanto era il cruccio che aveva per il tuo futuro. Fu a causa della tua assenza, che visse nell'angoscia gli ultimi anni della sua vita. Al momento del trapasso mi mandò a chiamare. In gran segreto ti raccomandò a me e, senz'altro testimone che Colui che scruta ogni nostra opera e pensiero, e che legge nel profondo dei cuori, mi chiese di cercarti, e di non perderti di vista un momento e di proteggerti; poi aggiunse che, quando tu avessi avuto l'età giusta per governarti nella vita, ti rivelassi dove aveva nascosto una quantità d'oro e d'argento tale da assicurarti una rendita maggiore del salario che ti passa il tuo padrone Calisto. Glielo promisi, e lui con la mia promessa si sentì rincuorato. E, posto che alla parola data s'ha da tener fede coi morti più che coi vivi, che quelli nulla posson più fare che torni a loro vantaggio, ho speso gran tempo e denaro a seguir le tue tracce e a cercarti fino al momento in cui Colui che si fa carico d'ogni pena, ascolta ed esaudisce le giuste suppliche e istrada alle opere di misericordia, dispose che infine ti trovassi qui, dove so che da soli tre giorni dimori. Molto mi pesa, stanne pur certo, che tu abbia vagato e peregrinato per tanti luoghi diversi, senza ricarvarne profitto, o conforto di parenti o di amici. Che, come dice Seneca, pochi amici si fa chi sempre passa da un luogo all'altro, il poco tempo [non] consentendogli di stringere saldi legami con persona. E ancora, colui che sta in molti posti [non] dimora in nessuno. Né giova al corpo il cibo di cui ci si ingozza e che subito si vomita, né v'è cosa più nociva del continuo variare e alternare dei cibi. Non ha tempo di rinvigorire la pianta che troppo spesso vien trapiantata, né di cicatrizzarsi la piaga su cui il medico s'accanisce con un eccesso di cure. Né v'è cosa di tanto giovamento che dia profitto appena sperimentata. Perciò, figlio mio, lascia da parte gli impeti di gioventù e rinsavisci, fidando nella dottrina di chi ha più esperienza di te. Acquiètati. Pòsati in qualche luogo. E dove meglio che su chi, come me, ti vuol bene, sull'animo mio, sulla saggezza di colei cui i tuoi genitori t'affidarono? Ed io, non diversamente che se fossi la tua vera madre, ti intimo, sotto pena di quelle maledizioni che i tuoi vecchi ti lanciarono nel caso non mi fossi stato obbediente, di tollerare e di servire per il momento il padrone che ti sei cercato, fino a quando non ti verrà da me diverso consiglio. Ma non con sciocca lealtà, nell'illusione che possa esservi solidità sulle sabbie mobili della volubilità e dell'incostanza di cui al presente dan prova questi signori. Fatti piuttosto degli amici che son la cosa che davvero dura. Sii costante con loro e non andare a caccia di nuvole. Diffida delle fallaci lusinghe dei signori, che son soliti dissipare gli averi dei loro famigli offrendo in cambio vacue e vane promesse. Come sanguisughe succhiano il sangue; sono ingrati, irriconoscenti, insultano a man salva; dimenticano i servigi, si negano alla ricompensa. Guai a chi invecchia a palazzo: di esso potrà dirsi ciò che fu scritto della piscina probatica, che su cento che v'entravano, uno solo usciva risanato. Questi nobili di oggi amano assai più se stessi che i loro servi. E non sbagliano affatto; ma lo stesso dovrebbero fare quelli che sono a loro servizio. Non è più tempo, il nostro, di guiderdoni, munificenze, nobili gesti. Non ve ne è uno tra loro che non procuri miseramente e vilmente il proprio tornaconto anche a spese dei suoi. Questi pertanto non debbono far altrimenti; ed essendo essi da meno dei loro padroni, gli converrà vivere secondo il proprio estro e vantaggio. E questo ti dico, Pármeno, figlio mio, perché corre voce che il tuo padrone sia un gran furbastro che vuol servirsi di tutti senza pagare lo scotto. Credi a me, apri bene le orecchie. Fatti degli amici in casa sua, che sono quanto c'è di più prezioso al mondo. E non pensare di potergli essere amico. Che questa è cosa che ben di rado succede, opponendosi ad essa la diversità di stato e di condizione. Come ben sai, ci si presenta un'occasione da cui tutti noi possiamo trarre profitto, e tu avere quel che ti serve per sistemarti. Quanto al resto che t'ho detto, l'avrai al momento opportuno. E molto ti gioverà farti amico di Sempronio.



PÁRMENO

Celestina, le tue parole mi fanno tremare come una foglia. Non so che fare, sono perplesso. Da una parte, ti ho in conto di madre; dall'altra, Calisto è il mio padrone. Essere ricco? Eccome se lo vorrei. Ma chi sale in alto senza far caso ai mezzi, più in fretta precipita. Quel che non voglio, insomma, son le ricchezze mal guadagnate.



CELESTINA

E io sì, invece! A torto o a diritto, la nostra casa fino al soffitto.



PÁRMENO

Eppure, io non saprei vivere contento con quel denaro, mi pare di gran lunga più dignitosa una onesta povertà. E ti dirò di più: son poveri non quelli che hanno poco, ma quelli che molto desiderano. Risparmiati dunque il fiato, che su questo punto non mi persuadi. Quel che vorrei è trascorrer la mia vita senza invidie, la solitudine e l'asprezza del cammino senza patemi, avere un sonno sgombro d'affanni; e avere una risposta alle ingiurie, fronteggiar la violenza senza danni, resistere alle prove più dure.



CELESTINA

Ah!, figliolo! È proprio vero quel che si dice, che la prudenza è appannaggio dei vecchi... e tu sei quasi un bambino.



PÁRMENO

Niente è più sicuro di una dolce povertà.



CELESTINA

Dì piuttosto che qualcosa di più sicuro c'è. La fortuna aiuta gli audaci. E, a parte questo, ‹c'è› forse qualcuno che, avendo del suo, preferisca viver senza amici nel consorzio degli uomini? Ebbene, grazie a Dio a te non fan difetto sostanze. E non sai che hai bisogno di amici per conservartele? Non t'illudere che la dimestichezza con il tuo padrone ti metta al riparo. Ché anzi, più grande è la fortuna e tanto più è precaria. Per cui è dagli amici che verrà il rimedio nelle avversità. E dove potrai procacciarti un amico fidato se non là dove concorrono i tre modi dell'amicizia, che sono il bene, il profitto e il piacere? In quanto al bene, considera la volontà di Sempronio sempre conforme alla tua, e la gran somiglianza nella vostra condizione virtuosa. Quanto al profitto, lo terrete stretto tra le mani solo se andrete d'accordo. Circa il piacere, poca differenza può esservi tra voi, che l'età vi fa inclini a ogni sorta di godimento; e in questo i giovani assai più dei vecchi amano riunirsi per giocare, agghindarsi, dar la baia, mangiare, bere e questionar di cose d'amore, tutti insieme, in brigata. Ah, se solo volessi, Pármeno, come ce la potremmo spassare! Sempronio ama Elicia, cugina di Areúsa.



PÁRMENO

Di Areúsa?



CELESTINA

Di Areúsa.



PÁRMENO

Dici Areúsa, la figlia di Eliso?



CELESTINA

Areúsa in persona, la figlia di Eliso.



PÁRMENO

Sicuro?



CELESTINA

Sicuro.



PÁRMENO

Ma è meraviglioso!



CELESTINA

Dunque ti garba, eh?



PÁRMENO

Non riesco a pensar niente di meglio.



CELESTINA

Bene. Poiché così ha disposto la tua buona stella, eccoti chi te la darà.



PÁRMENO

In fede mia, madre, non me la sento di dar fiducia a nessuno.



CELESTINA

Fidar di tutti è eccessivo, ma non va bene neppure diffidare di tutti.



PÁRMENO

Vorrei poterlo fare. Ma non m'azzardo. Lasciami in pace!



CELESTINA

Ah meschino! È proprio di un cuore fiacco non riuscire ad accettare il bene che gli si presenta. Proprio vero che Dio dà il pane a chi non ha i denti. Sempliciotto che sei! Manca solo che tu dica che la fortuna è più generosa con i poveri di spirito e più micragnosa con gli intraprendenti. Parole. Solo parole!



PÁRMENO

Ah Celestina! Ho sentito dire dai miei vecchi che basta un esempio di lussuria o di avarizia a far gran danno, e che comunque è meglio avere a che fare con coloro che possono renderti migliore, e lasciar perdere quelli che s'aspettano d'esser fatti migliori da noi. Così Sempronio non mi farà migliorare col suo esempio, né io lo guarirò dai suoi vizi con il mio. E ammettendo pure ch'io concordi con quel che dici, vorrei essere il solo a saperne. Ché, se c'è peccato, sia almeno dissimulato. Chi sedotto dal piacere offende la virtù, faccia almeno salva la decenza.



CELESTINA

Parli come uno sconsiderato. Non v'è infatti possesso che appaghi se non in compagnia. Non tirarti indietro dunque e non t'amareggiare ché la natura rifugge dalla tristezza e brama il piacere. E quest'ultimo consiste nel condividere con gli amici le gioie dei sensi e in ispecie nel raccontarsi e confidarsi le giostre e le conquiste d'amore: "Ho fatto questo, lei m'ha sussurrato quest'altro, sapessi il buon tempo che ci siamo dati e le cose che ci siamo dette. L'ho presa così e così l'ho baciata, e lei così mi ha mordicchiato; e io così l'ho stretta tra le mie braccia e così lei m'ha ceduto". E poi: "Oh! che dolce vocina! E che grazia! Che giochi! E che baci! Si va, si torna... e via con la musica! Dipingiamo motti, intoniamo canzoni, s'improvvisano rime, si giostra; che cimiero e che impresa mostrere‹mo?› Adesso va alla messa, domani uscirà, facciamo la ronda davanti al suo balcone, guarda qui il suo biglietto, andiamo che è notte, reggimi la scala, sta' di guardia alla porta. È andato tutto bene? Guarda quel cornuto: sola la lascia. Di nuovo di ronda. Torniamo laggiù!". E ti pare, Pármeno, che per cose come queste possa esserci diletto se manca compagnia? Suvvia! Lascia dire a me che conosco a menadito la canzone! Che è questo il vero piacere; che quanto a quell'altro lo fanno meglio gli asini nel prato.



PÁRMENO

Non vorrei, madre, che tu m'inducessi in tentazione con l'esca delle lusinghe e del piacere, come fecero coloro che, senza alcun ragionevole fondamento e solo oziosamente cavillando, fondarono sètte, e con dolci veleni, strinsero d'assedio e piegarono la volontà dei fiacchi e gettaron negli occhi della ragione la polvere delle passioni.



CELESTINA

Ma di quale ragione vai farneticando, pazzo di un ragazzo? Passione, asinello mio!? Son cose queste per dir delle quali si richiede quella saggezza che non hai; ché ingrediente della saggezza è il buon senso, e il buon senso non può sussistere senza esperienza, e l'esperienza è di casa solo nei vecchi; ed è per questo che a noi vecchi ci chiamano padri e madri, e proprio d'un buon padre e di una buona madre è dar consigli ai figlioli: e a me, in special modo, preme consigliare te, ché la tua vita e il tuo onore mi son assai più cari dei miei. E quando mi ripagherai tu di tutto ciò? Mai. Che non v'è ricompensa sufficiente per i servigi che prestano genitori e maestri.



PÁRMENO

Ho una gran paura, madre mia, che il consiglio che mi dai sia tutt'altro che retto.



CELESTINA

Non lo vuoi? Allora, non mi resta che ripeterti quel che disse quel saggio: "Guai all'uomo che caparbio spregia chi lo mette in guardia. Che gliene incoglierà sicura rovina; né avrà speranza di salvezza". Detto questo, Pármeno mio, ne ho abbastanza di te e di tutta questa faccenda.



PÁRMENO

(Mia madre è fuori di sé; i suoi consigli mi lasciano perplesso. Che certo è sbagliato non credere mai, ma è colpa ben più grave credere a tutto. Umano è dare fiducia. Specie in chi, come costei, non lesina promesse di guadagno e in sovrappiù di amore. E poi, non si dice forse che è bene prestar orecchio ai consigli dei propri vecchi? E a che mi esorta costei? A vivere in pace con Sempronio. E la pace, si sa, non la si deve negare a nessuno: beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. E neppure è bene rifuggire dall'amore: né lesinare carità ai propri fratelli. Quanto al tornaconto, pochi son quelli che vi rinunciano. Mi va di compiacerla: la starò ad ascoltare.) Madre mia, il maestro non deve inquietarsi per la pochezza del discepolo, altrimenti la scienza, comunicabile per natura, rare volte e in pochi luoghi potrebbe essere somministrata. Perdonami, pertanto, e parlami, che mi son risolto non soltanto ad ascoltarti e a darti fiducia, ma pure a far tesoro del tuo consiglio qual dono singolare. E non me ne ringraziare: che lode e gratitudine per una buona azione ridondano più a chi la fa che a chi la riceve. Ordina dunque, che mi troverai obbediente al tuo comando.



CELESTINA

Errare è umano. Da bestie incaponirsi. Che gioia mi hai dato, Pármeno, sollevando il pesante velo che oscurava i tuoi occhi e corrispondendo al buon discernimento, alla discrezione e al sottile ingegno di tuo padre, la cui persona, che ora rivive nella mia memoria, intenerisce i miei occhi pietosi, dai quali mi vedi versare lacrime tanto copiose. Anche lui, talora, caparbio s'arroccava, non diversamente da te, ma poi tornava a più meditati consigli. Ti giuro sul nome di Dio e sull'anima mia, che nel vedere or ora come tu t'ostinavi per poi lasciarti ricondurre a ragione, m'è parso di rivedermelo innanzi in carne e ossa. Ah, che uomo! Che pienezza di vita! E qual venerabile aspetto! Ma zitti, ora, che sento avvicinarsi Calisto col tuo nuovo amico Sempronio. A poi il mettervi d'accordo. Che due persone che vivono d'un sol cuore e in tutto concordi san meglio fare e intendere.



CALISTO

Tale è la mia sventura, madre mia, che ho dubitato di trovarti ancora in vita. E così forte è il mio desiderio, che stupisco d'esser vivo. Accetta il misero dono di chi, insieme con esso, t'offre la vita.



CELESTINA

Come nell'oro più fino lavorato dalla mano dell'orafo sapiente, l'opera la vince in valore sulla materia. Egualmente il tuo munifico dono è superato in grazia e forma dalla tua amabile liberalità. E, non dubitarne, chi dona presto dona due volte. E il dono che si fa desiderare mostra che si vuol ritirare la promessa e che ci si pente d'averlo accordato.



PÁRMENO

(Che cosa le ha dato, Sempronio?



SEMPRONIO

Cento monete d'oro.



PÁRMENO

Ah, ah, ah!



SEMPRONIO

T'ha parlato la madre?



PÁRMENO

Certo che sì!



SEMPRONIO

Beh, come siamo rimasti allora?



PÁRMENO

Come tu vorrai; a dire il vero, io son qui che muoio di paura.



SEMPRONIO

Taci, che te ne farò provar io due volte tanta!



PÁRMENO

Santo Iddio! Non c'è guaio peggiore d'un nemico in casa, per metterti i bastoni tra le ruote.)



CALISTO

Va' ora, madre. Porta conforto alla tua casa; poi torna che metterai pace nella mia.



CELESTINA

Che Dio sia con te.



CALISTO

E che t'accompagni per la mia salvezza.



* * *



ATTO II





Argomento



‹Celestina si congeda da Calisto, per tornarsene a casa. Questi rimane a parlare con Sempronio, suo servo. A Calisto, come a chi coltivi una speranza, par tutto un indugio. Manda così Sempronio a sollecitare Celestina in merito all'esecuzione del piano. Frattanto Calisto e Pármeno s'attardano a ragionare fra loro.›



Personaggi: Calisto, Pármeno, Sempronio.



CALISTO

Ho dato cento monete alla madre, fratelli miei. Ho fatto bene?



SEMPRONIO

Ottimamente. Che oltre a esserti assicurato un rimedio per il tuo caso, ti sei guadagnato grandissimo onore. A che giova infatti una fortuna prospera e propizia se non la si impiega a mantener alto l'onore, il più grande fra tutti i beni del mondo? È l'onore, infatti, premio e ricompensa alla virtù: ed è per questo che l'offriamo a Dio, non avendo noi nulla di più prezioso da darGli. E in cosa consiste l'onore se non soprattutto in larghezza e prodigalità? Per questo, quei tesori che ci è duro condividere lo appannano e lo guastano, e viceversa lo accresce e sublima l'uso di munificenza e liberalità. A che giova possedere ciò da cui si rifugge di trarre profitto? Ti dico che è assai meglio usare delle ricchezze che non possederle. Oh, quanto è nobile il dare, e come vile il ricevere! E come è preferibile l'uso al possesso, così è più nobile chi dà di chi riceve. Più attivo fra tutti gli elementi è il fuoco, che per questo è il più nobile e in più nobil luogo è posto nelle sfere. E se vi è chi sostiene che la nobiltà è lustro che discende dai meriti e dall'antichità dei padri, io ribatto che la luce altrui non potrà mai farti più chiaro se tu a tua volta non ne irradi. Pertanto, non presumere di te in base alla nobiltà di tuo padre, che fu per certo uomo di molta magnificenza, ma in base alla tua. Che è così che ci si guadagna l'onore, il bene più grande fra quelli che l'uomo si acquista. Per la qual cosa non il malvagio, ma l'uomo retto par tuo, è degno d'esser perfetto nella virtù. Ma lasciami dire [ancora] che non sempre la virtù perfetta ottiene il meritato onore. Rallègrati, quindi, d'esser stato generoso e munifico. E ora segui il mio consiglio. Tornatene in camera tua e sta' tranquillo, ché la tua faccenda è in mani sicure: e se è stato buono il principio, migliore sarà la fine. Ma ora andiamo, che di questo caso avremo modo di discutere con agio più tardi.



CALISTO

Non mi par giusto, Sempronio, che tu resti in mia compagnia mentre colei che è intenta a cercar rimedio al mio male se ne sta sola soletta. Meglio che tu la raggiunga e la metta alle strette. Sai bene quanto la mia salvezza dipende dal suo zelo, il mio tormento dai suoi indugi, la mia disperazione dalla sua trascuratezza. Non ignori come vanno le cose del mondo, ti so fedele, e ti considero leale servitore: fa' in modo che, al solo vederti, comprenda costei la pena che m'attanaglia e il fuoco che mi tormenta; il cui ardore è tale che non ho potuto mostrarle nemmeno la terza parte di questa mia segreta afflizione, tanto m'ha intorpidito la lingua e i sensi, e tanto me li ha consumati. Tu che non soffri di siffatte passioni, potrai parlarle senza impacci.



SEMPRONIO

Signore, vorrei andare per eseguire i tuoi ordini, e nondimeno restare per alleviare le tue angosce. Le tue paure mi sono di sprone; la tua solitudine mi trattiene. Prenderò pertanto quel partito cui mi obbliga l'obbedienza: andrò e metterò alle strette la vecchia. E tuttavia come posso lasciarti, se non appena ti vedi solo, tracimi spropositi, e sospiri, gemi, intoni lacrimose canzoni, ti crogioli al buio, invochi la solitudine, e cerchi sempre nuove ragioni per torturarti il cervello? Che se non ci metti un freno, non ne uscirai che morto o pazzo finito, a meno che tu non abbia sempre vicino chi sappia procurarti svaghi, narrarti facezie, intonarti arie festose, cantarti romanze, dirti storielle, dipingere stemmi, improvvisarti novelle, giocare alle carte, sfidarti agli scacchi. E insomma chi sappia inventarsi sempre nuove occasioni di svago che distolgano il tuo pensiero dai vaneggiamenti crudeli dei quali sei stato preda fin dal primo momento del tuo amore per quella signora.



CALISTO

Che dici, sciocco? Non sai che piangerne la causa allevia la pena? Non sai quanto è dolce all'infelice dolersi della propria passione? Non sai quanto conforto diano i rotti sospiri? Quanto leniscano e attenuino il dolore i lacrimosi gemiti? Non altro dicono coloro che scrissero intorno alla consolazione.



SEMPRONIO

Ma leggi più innanzi, volta la pagina: troverai scritto come fidare nelle cose di questo mondo e cercarsi occasioni di tristezza è l'altra faccia della follia. E il famoso Macías, idolo degli amanti, si lagnava perfino dell'oblio, perché s'obliava di lui. Pensare sempre all'amore: ecco il vero tormento. E distrarsene il solo conforto. Smettila dunque di dar di testa contro l'ostacolo. Fingi sollievo e finirai per goderne davvero. Non di rado è l'opinione a sforzar le cose nella direzione da essa voluta. E non perché possa mutar la sostanza; ma piuttosto perché agisce sui nostri sensi e guida il nostro giudizio.



CALISTO

Sempronio, amico mio, poiché tanto ti pesa che io resti solo, chiama Pármeno, che sarà lui a farmi compagnia. Di qui innanzi siimi leale come lo sei stato finora, ché la fedeltà del servitore è la ricompensa del signore.



PÁRMENO

Son qui, signore.



CALISTO

Non così posso dire di me, quando non ti ho accanto. E mi raccomando, Sempronio, non la perder di vista un momento. Va' con Dio, e non trascurare quel che sai!



CALISTO

Dì un po' Pármeno, che te ne pare di quel che è successo oggi? La mia pena è grande. Melibea altera e scostante. Ma Celestina è tanto sagace maestra in queste faccende che mi pare impossibile fallire. Con tutta la tua ostilità, tu stesso me ne hai dato la prova; e io ti credo. È così grande la forza della verità da piegare persino le lingue dei suoi nemici. Ora, se Celestina è quella che è, son meglio spese cento monete date a lei che cinque ad un'altra.



PÁRMENO

(Come, già [ci] rimugini sopra? Ahi ahi, son dolori, che tutte queste liberalità ci toccherà scontarle in casa digiunando!)



CALISTO

Su, Pármeno, che ti ho chiesto un parere. Fammi il piacere, non abbassare la testa quando rispondi. Ma essendo l'invidia triste e la tristezza muta, posson su di te più del timore che t'ispira il tuo padrone. Cos'hai detto, seccatore?



PÁRMENO

Dicevo, signore, che la tua liberalità sarebbe assai meglio impiegata in doni e servigi a Melibea, piuttosto che nel dar quattrini a quella vecchiaccia che io ben conosco. E, quel che è peggio, nel fartene schiavo!



CALISTO

Che dici, pazzo? Suo schiavo?



PÁRMENO

Proprio così. Che tu ti fai schiavo di colui cui confidi il tuo segreto!



CALISTO

Però, non dice male lo sciocco! Ma voglio che tu sappia che, quando c'è molta distanza tra chi prega e chi è pregato, vuoi per vincolo d'obbedienza, per dignità di condizione o per la ritrosia che è propria delle fanciulle, come tra questa signora e me, è d'uopo ricorrere ai servigi di un intercessore o intermediario che, grado a grado, sollevi la mia supplica fino alle orecchie di colei cui ritengo impossibile poter parlare una seconda volta. E, alla luce di quel che t'ho detto, dimmi se approvi quel che s'è fatto.



PÁRMENO

(Che lo approvi il diavolo piuttosto!)



CALISTO

Che dici?



PÁRMENO

Dicevo, signore, che un errore non vien mai da solo e che un inconveniente se ne porta dietro una caterva, ai quali spiana la strada.



CALISTO

Approvo la sentenza, anche se non vedo a qual proposito venga.



PÁRMENO

L'altro giorno s'è perso il tuo falcone, signore; l'andare a cercarlo fu motivo che tu entrassi nel giardino di Melibea, l'entrarvi ti permise di vederla e di parlarle, parlarle ingenerò amore, l'amore partorì la tua pena, la pena sarà causa della rovina del tuo corpo, de[ll]'anima tua e dei tuoi averi. E quel che più mi duole in tutta questa storia è che tu sia finito tra le grinfie di quella trottaconventi, già tre volte impeciata e impiumata.



CALISTO

Benissimo, Pármeno, rincara pure la dose, che mi fai contento! Ma sappi che più me ne dici sul suo conto e più mi va a genio. Lascia che prima mantenga la promessa che mi ha fatto, e poi l'impiumino pure una quarta volta. Ma tu sei un insensibile. Parli così perché non sai cosa voglia dire soffrire. Perché non ti duole dove duole a me, Pármeno.



PÁRMENO

Preferisco, signore, che rabbioso mi rimproveri d'averti fatto adirare piuttosto che mi condanni, pentito, per non averti saputo consigliare. Tu hai perduto il nome di uomo libero quando hai fatto schiava altrui la tua volontà.



CALISTO

Questa canaglia va in cerca di legnate! Dì un po', screanzato, perché mai sparli così di quella che adoro? E che ne sai dell'onore? Che cos'è per te l'amore? Che sai tu di buona creanza, tu che ti spacci per discreto? Non sai forse che presumersi saggio è il primo gradino della follia? Ah, se solo provassi il mio dolore, di ben altra acqua aspergeresti l'ardente piaga che m'ha inferto l'impietosa freccia di Cupido. Che quanto sollievo mi procura Sempronio col suo piede solerte, tanto me ne togli tu con la tua linguaccia e le tue vane parole! Ti fingi fedele, ma non sei che una gerla di lusinghe, un vaso di malizie, stessissima dimora e locanda dell'invidia. Ché diffamando a torto o a ragione la vecchia insinui il dubbio nei miei amori. Eppure lo ‹sai› bene che questa mia pena, questo mio straziante dolore rifuggono la ragione, mal sopportano ammonimenti, hanno in uggia i consigli. Che non vi è consiglio che me ne potrebbe distogliere senza insieme strapparmi le viscere. Sempronio mal sopportava d'andarsene, per non lasciarmi solo con te. Ma io l'ho voluto, e ora mi tocca sopportare, con ‹il tormento della› sua assenza, quello della tua presenza. Mille volte meglio solo, che male accompagnato.



PÁRMENO

Signore, da poco è quella fedeltà che il timore del castigo converte in lusinga; specie con un padrone che pena e passione hanno privato del suo naturale giudizio. Ma ti cadrà dagli occhi il velo che t'acceca. Si estingueranno pure questi fugaci ardori. E allora riconoscerai quanto le mie aspre parole fossero più efficaci per estirpare questo cancro letale di quelle dolci di Sempronio che l'hanno nutrito, attizzando il tuo fuoco, rinfocolando la fiamma, alimentandolo con sterpi e fascine affinché avesse a durare fino a condurti alla tomba.



CALISTO

Taci, taci, sciagurato! Io son qui che mi struggo e tu perdi il tuo tempo a filosofeggiare. Basta. Fa' sellare un cavallo! Fallo strigliare a dovere, e che stringano forte il sottopancia. Dovessi mai passare sotto la casa di colei che è la mia Signora e il mio Dio!



PÁRMENO

Stallieri! Non c'è uno stalliere in casa!? Ho paura che mi toccherà farlo da me; e va a finire che stavolta ci capiterà di peggio che fare il mozzo di stalla! E sia! Il fatto è che la verità non se la vuol sentir dire nessuno. Ah, e così nitrisci eh signor cavallo! Uno solo in calore non basta in questa casa? Hai fiutato anche tu l'odore di Melibea?



CALISTO

Allora, è pronto o no questo cavallo? Che stai facendo Pármeno?



PÁRMENO

Eccolo, signore. Sosia non è in casa.



CALISTO

Sù, tienimi la staffa e apri di più questa porta. E se dovesse arrivare Sempronio con quella signora, dì che m'aspettino che presto sarò di ritorno.



PÁRMENO

Non tornassi per niente! Te ne andassi diritto all'inferno! Provatevi a dire a questi matti quel che gli conviene e non vi potranno più vedere. ‹Giuro sull'anima mia che se ricevesse un colpo di lancia nel calcagno ne uscirebbe più cervello che dalla testa! Va' pure, va'! Che a farti spennare da Celestina e Sempronio ci penso io.› Oh povero me! Se mi tocca soffrire per esser leale! Gli altri se la spassano con le loro malizie. A me quel che mi rovina è la bontà. Così va il mondo! Ma ora basta andar contro corrente, se è vero com'è vero che i traditori li chiamano discreti e quelli che son fedeli fan la parte dei fessi. Avessi dato retta a Celestina con le sue sei dozzine di anni sul groppone, Calisto certo non m'avrebbe trattato in 'sta maniera. Ma questo mi servirà di lezione. Dirà: mangiamo? E io gli farò eco. Vorrà demolir la casa? Gli darò corda senza fiatare. E se poi vorrà fare un falò di tutte le sue cose, andrò io stesso a procurargli il fuoco. Distrugga pure, rompa, faccia sfracelli, mandi in malora, si dissangui con le ruffiane, che qualcosa prima o poi me ne verrà. Se è vero quel che si dice che "nell'acqua torbida, i pescatori ingrassano". Che chi s'è scottato ha paura anche dell'acqua tiepida!



ATTO III





Argomento



‹Sempronio va a casa di Celestina e le rimprovera il suo tergiversare. Quindi, discutono su come procedere nella faccenda di Calisto e Melibea. Sopraggiunge, infine, Elicia. Celestina va a casa di Pleberio. Sempronio ed Elicia rimangono in casa della vecchia.›



Personaggi: Sempronio, Celestina, Elicia.



SEMPRONIO

Se la prende comoda la vecchia barbuta! Per venir qua mica muoveva i piedi con tanta calma però! Denaro pagato, braccio svogliato! Toh, ecco la signora Celestina, non l'hai davvero sfiancata la mula, eh?



CELESTINA

Qual vento ti porta figliolo?



SEMPRONIO

Il nostro ammalato non si dà pace! È tutto un lamento. Non c'è chi ne faccia dritta una. Smania, teme che tu lo trascuri, stramaledice la sua avarizia e la sua tirchieria per averti allungato così poco denaro.



CELESTINA

Non c'è cosa più naturale dell'impazienza in chi ama. Ogni indugio è un tormento. Aborriscono ogni minimo rinvio, e in un amen vorrebbero mandare a effetto tutto quel che gli frulla per il capo, e avrebbero caro che la fine venisse prima dell'inizio. E questo vale soprattutto con quegli ‹amanti› novizi che, senza pensarci due volte, corrono dietro ad ogni richiamo, indifferenti al danno che l'esca del desiderio arreca a loro stessi e alle manovre dei loro servitori per secondarne le voglie.





SEMPRONIO

Che hai da dire sui servi? A sentirti, si direbbe che non possano venirci che guai da tutta questa faccenda, e che ci si possa solo scottare con le scintille del fuoco di Calisto. Manderei volentieri al diavolo i suoi amori! Alla prima che va storta, giuro che passo armi e bagagli sotto nuovo padrone! Meglio perdere il posto che lasciarci le penne per la paga. Il tempo mi suggerirà il da farsi. Non resta che sperare che prima che tutto vada a carte quarantotto dia almeno un segno, come fa la casa che sta per crollare. Se sei d'accordo, madre, a me pare che ci si debba guardare dai pericoli... e poi succeda quel che deve. Se sarà sua entro quest'anno, bene; se no, sarà per l'anno che viene; e se non sarà, bene lo stesso. Perché non c'è cosa tanto dura da sopportare sulle prime che il tempo poi non lenisca e non renda tollerabile. E non c'è piaga per dolorosa che sia che il passar del tempo non abbia rimarginato; né così intenso piacere che l'età non abbia fatto scemare. Il male e il bene, la prosperità e l'avversa fortuna, la gioia e la pena, tutto, insomma, perde, col tempo, la forza del suo travolgente inizio. E quelle cose mirabili che tanto abbiamo desiderato si dimenticano più tosto che non sian trascorse del tutto. Ogni giorno vediamo e ascoltiamo cose nuove e stupefacenti, ma passiamo oltre e ce le lasciamo alle spalle: il tempo le sminuisce e ce le rende familiari. Se anche ti dicessero "la terra ha tremato" o qualcosa del genere, certo ne stupiresti ma non per questo tarderesti a dimenticartene. O se qualcuno soggiungesse "il fiume è gelato; il cieco ha riacquistato la vista, tuo padre è morto, è caduto un fulmine, è stata presa Granada, è atteso per oggi l'arrivo del re, il turco è stato finalmente sconfitto, domani ci sarà l'eclissi, il ponte è stato travolto dalla piena, il tale l'han fatto vescovo, han ripulito Pietro, Inés s'è impiccata" [Cristóval era ubriaco], che avresti da dire? Se non che son fatti che passati tre giorni o visti per la seconda volta non stupiranno nessuno? Così va il mondo, tutto passa in questo modo e tutto vien dimenticato. Tutto ce lo lasciamo per via. Non farà eccezione l'amore del mio signore: quanto più procederà, tanto più scemerà. ‹Ché una lunga consuetudine lenisce i dolori, sminuisce e annulla i piaceri, smorza la meraviglia.› Cerchiamo di trarne profitto dunque finché dura la contesa. E se possiamo procurargli rimedio senza alcun rischio per noi, tanto meglio; se no, un poco alla volta si cercherà di fargli digerire lo spregio e il disamore di Melibea. Che, ad ogni buon conto, mille volte meglio un padrone in pena che un servo alla catena.



CELESTINA

Ben detto. D'accordo, fino all'ultima sillaba: mi sei proprio piaciuto. Siamo sulla buona strada. E tuttavia, figlio mio, bisogna che il buon avvocato ci metta di suo qualche argomento convincente e qualche sofistica azione, come l'andare e il venire dal tribunale. E poco importa se dal giudice non riceve che male parole: quel che conta è farsi notare, ché non si dica che si guadagna il salario a ufo. E così tutti gli chiederanno il patrocinio e a Celestina la cura dei loro amori.



SEMPRONIO

Fa' come vuoi, non sarà certo questo il primo incarico che ti sei accollata.



CELESTINA

Il primo, figliolo? Poche vergini, ringraziando Iddio, hai visto aprir bottega in questa città, di cui io non sia stata sensale del primo filato. Appena nasce una creatura, la iscrivo d'ufficio sul mio registro, e ‹questo› per ‹aver contezza› di quante me ne sfuggano dalla rete. Che ti credevi, ‹Sempronio?› Che mi nutrissi di vento io? Ti risulta che abbia ereditato qualcosa? Ho forse altra casa o vigna che questa? O altra rendita oltre a questo mestiere? Come campo? Di che mi vesto e che mi metto ai piedi? Nata in questa città, in essa allevata, mantenendovi alto il mio onore, come sanno anche le pietre, non son dovunque conosciuta? A tal punto che chi non sa come mi chiamo e dove abito lo potrai tener tranquillamente per forestiero.



SEMPRONIO

Dimmi, madre mia, di che hai parlato col mio compagno Pármeno, quand'ero di sopra con Calisto a prendere il denaro?



CELESTINA

Non gliele ho mandate a dire. E gli ho detto che avrebbe guadagnato di più a mettersi con noi che non con tutte le svenevolezze che dice al suo padrone. E che avrebbe vissuto sempre povero e disprezzato se non s'affrettava a cambiar partito e che la smettesse una buona volta di fare il santarellino con una vecchia volpe come me. E poi gli ho rinfrescato le idee su chi fosse sua madre, di modo che non disprezzasse il mio mestiere e se proprio voleva dir male di me si sbizzarrisse prima con lei.



SEMPRONIO

È tanto tempo che lo conosci, madre?



CELESTINA

La Celestina che ti parla l'ha visto nascere e se l'è cresciuto con le sue mani. Sua madre e io eravamo culo e camicia. È da lei che ho appreso il meglio del mio mestiere. Mangiavamo insieme, dormivamo sullo stesso guanciale, ce la spassavamo insieme, e insieme ci prendevamo i nostri piccoli piaceri, insieme si prendeva consiglio e si decideva il da farsi. In casa e fuori eravamo come due sorelle; non ho mai riscosso un soldo che a lei non ne toccasse la metà. E non sarei nelle peste come sono se la sorte malvagia non me l'avesse strappata. Ah, morte, morte! Quanti sono quelli che privi di dolce compagnia e lasci, al tuo passaggio, nel più nero sconforto! Per uno che cogli quando è tempo, mille ne falci che sono ancora teneri virgulti! Oh se lei fosse viva, non sarei qui a muovere in solitudine questi miei passi. Che le sia lieve la terra, per quanto mi fu sempre leale amica e fedele compagna. ‹Finché ci fu, mai lasciava che me la sbrigassi da sola. Io portavo il pane? Lei procurava la carne. Se io mettevo la tovaglia, lei si curava del resto. Per nulla scriteriata, né frivola né presuntuosa come va di moda oggigiorno. Sull'anima mia, ti giuro che se se ne andava a viso scoperto, con la sua brocca in mano fino all'altro capo della città, il peggio che potesse sentirsi dire per strada era "signora Claudina". E certo non c'era nessuna che s'intendesse di vino e di qualsiasi altra mercanzia quanto lei. Non la pensavo ancora arrivata, che era già di ritorno. L'invitavano dappertutto, tant'era la simpatia che in tutti ispirava, e non tornava mai senza aver piluccato otto o dieci assaggi a dir poco, una pinta nella brocca e altrettanto in corpo. Non di rado le davano a credito due o tre staia come niente, su un piatto d'argento. La sua parola valeva oro nelle bettole del circondario. Quando per strada ci coglieva la sete, dovunque ci trovassimo, entravamo nella prima taverna e lei subito ne ordinava un litro, tanto per bagnarsi la bocca. E ti assicuro che non c'era volta che le chiedessero in pegno la cuffia: una tacca più sulla sua tavoletta, e via alla prossima.› Ah, se ‹solo› suo figlio le somigliasse un pochino, sta' pur certo che al tuo padrone non rimarrebbe una penna che è una e a noialtri un solo motivo di lagnanza. Ma se Dio mi dà vita, me lo lavorerò ben bene fino a farlo diventar uno dei miei.



SEMPRONIO

E come pensi di riuscirci, se quello è un traditore?



CELESTINA

A un traditor due furfanti! Gli offrirò su un piatto d'argento Areúsa. E sarà dei nostri, vedrai! Ci darà lui il modo di tendere le nostre reti perché ci restino impigliate